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Dalla Cina con Orrore!
Il segreto del successo economico?Sfrutta più schiavi possibili (se bambini meglio) nelle fabbriche!Come avviene in Cina. Solo così abbasserai i costi e sarai più concorrenziale sul mercato globale. Ecco la logica del Grande Capitale! Martedì 4 Gennaio 2005 Scaduto l’accordo Multifibre, non ci sono più barriere per l’export dei prodotti tessili e delle calzature Made in Pechino Cina libera di esportare, l’Italia fa muro Per il Businessweek la concorrenza asiatica mette a rischio milioni di posti di lavoro in tutto il mondo PER gli industriali del tessile italiano, la Cina ha le sembianze di un drago minaccioso. La fine dell’accordo Multifibre, scaduto il 31 dicembre 2004, che stabiliva quote alle importazioni nell’Unione Europea di prodotti tessili e calzaturieri provenienti dalla Cina, è solo uno spartiacque burocratico, l’apertura di un portone già da tempo forzato. La valanga cinese che ora può riversarsi in Europa in realtà non ha dovuto aspettare la scadenza dell’accordo Multifibre per invadere il mercato europeo. Da anni è in atto una pericolosa penetrazione di prodotti cinesi che ricalcano il gusto europeo e combattono la guerra della concorrenza con costi sempre più bassi. Un piano questo, su cui difficilmente possono competere le industrie europee. E a fare le spese dell’aggressiva concorrenza cinese sono soprattutto le imprese italiane che hanno nel tessile e nelle calzature due settori d’eccellenza. Tant’è che il viceministro del Commercio Estero Adolfo Urso ha ricordato che l’Italia è pronta a difendersi e per questo è stato creato un sistema di monitoraggio dei flussi di prodotti provenienti dalla Cina. I dati a disposizione di Euratex, l'associazione europea del tessile-abbigliamento, parlano chiaro: «Oggi circa il 40% del totale deficit europeo del settore tessile dipende proprio dalla Cina. E quest'anno le previsione parlano addirittura del superamento della soglia del 50%». Pechino rappresenta il «maggior fornitore dell'Ue» sia per i tessili (con un valore nel 2003 pari a 2,2 miliardi di euro) sia per l'abbigliamento (10,8 miliardi di euro). Nell'Ue l'import dei prodotti cinesi è cresciuto, nel 2003, del 6% mentre i dati per i prodotti provenienti dal resto del mondo rivelano un calo al 6,5%. Per il ministero delle Attività Produttive, nel 2001 la quota di mercato Ue della Cina era del 15% passata al 74% nel primo semestre 2004. Contestualmente all’aumento delle esportazioni c’è stato un calo dei prezzi al pezzo passati da 18,28 euro nel 2001 a 6,82 euro nel 2004. Da quando nel settembre del 2001 la Cina ha aderito all’Organizzazione Mondiale del Commercio, si è preparata all’apertura delle frontiere con grande determinazione. Tutto il settore tessile, in vista della fine dell'Accordo Multifibre, si è preparato a esportare: infrastrutture modernissime, distretti organizzati e il tutto ad un costo del lavoro irrisorio. Un operaio tessile cinese guadagna 0,4 dollari l’ora, uno del Bangladesh 0,3, un indiano 0,6, un messicano 2,6, un europeo 14,8. I tessili cinesi sono la bellezza di 180 milioni. Nelle 29 categorie di abbigliamento per le quali gli Usa hanno rimosso le quote nel 2002, le quote di mercato cinese sono cresciute del 1009% in 30 mesi. Nello stesso arco di tempo i concorrenti hanno subito perdite oscillanti fra il 90% e il 28%, soprattutto il Bangladesh, la Thailandia, il Messico, le Filippine e il Pakistan. Per la prima volta le cifre mostrano anche un calo anche delle quote indiane, che avevano retto fino all'anno scorso. Secondo il Businessweek l’invasione di prodotti cinesi potrebbe avere ripercussioni sull’occupazione. Sarebbero in pericolo secondo il settimanale americano, su scala mondiale 30 milioni di posti di lavoro del settore (650.000 negli USA, oltre 800 mila in Italia). http://www.noreporter.org/dettaglioArticolo.asp?id=2354 |
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(M.A.) "Boicotta i prodotti cinesi". Questo lo slogan lanciato, ieri mattina in un incontro al Pedrocchi, da Forza Nuova rappresentata da Paolo Caratossidis e Andrea Minchio per presentare l'iniziativa che si svolgerà oggi in tutta Italia. «L'evidente recessione economica che colpisce la società italiana nel settore del commercio e della distribuzione, e la crescente diffusione di prodotti stranieri nei mercati si stanno manifestando con particolare evidenza nel fenomeno dell'invasione cinese - dice Caratossidis - I cinesi stanno comprando bar e ristoranti in continuazione a Padova. Offrono ai proprietari degli esercizi un terzo in più del valore di mercato dell'immobile e arrivano a pagarlo subito in contanti. Una liquidità incredibile che fa decisamente pensare all'esistenza di una rete mafiosa».
«La totale assenza di controllo da parte delle istituzioni - prosegue il portavoce di Forza Nuova - nel monitorare una comunità che agisce al di fuori della legge per quanto concerne la tutela del lavoro e la qualità dei prodotti, rende praticamente invincibile la concorrenza cinese, creando una situazione drammatica per i commercianti nostrani che non possono essere competitivi di fronte a rivali che fanno lavorare i propri dipendenti 15 ore al giorno per sette giorni alla settimana con buste paga da terzo mondo e casi di manodopera minorile. Invitiamo Prefetto e Questore di Padova a prendere dei seri provvedimenti». «Per questo - conclude Caratossidis - chiediamo alla cittadinanza di boicottare tutti i prodotti cinesi. Evitate di andare al ristorante cinese, andate in quelli italiani». http://www.forzanuova.org/BOICOTTA_CINESI_21.htm |
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Gli orrori dei laogai i lager cinesi Milioni di persone schiave nei lager socialisti. Dove l'unica via di fuga è il suicidio Mani curate, cravatta rossa e una certezza: l'economia cinese è basata sullo schiavismo. Harry Wu vuole parlarci dei suoi diciannove anni rinchiuso in un laogai. Ci guarda mestamente: "Devi prima capire che cos'è davvero un laogai". E noi credevamo di saperlo: sono dei campi di rieducazione voluti da Mao Zedong che hanno accolto non meno di cinquanta milioni di persone dalla loro costituzione, praticamente l'Italia intera; si è calcolato che non esista un cinese che non conosca almeno una persona che vi è stata soggiogata. È una detenzione che non prevede processo, non prevede imputazione, tantomeno esame o riesame giudiziario o possibilità di confrontarsi con un'autorità. La decisione di rinchiuderti è a totale discrezione del Partito. "Ma loro" dice "per definirti usano la parola prodotto, e il primo prodotto sei tu, quello che devi diventare: un nuovo socialista. Il secondo è un prodotto vero e proprio, tipo scarpe, vestiti, spezie, tessuti, qualsiasi cosa. Ogni laogai ha due nomi: quello del centro di detenzione e quello della fabbrica. Tu devi affrontare una quota di lavoro quotidiano, sino a 18 ore, sennò non ti danno da mangiare. Spesso devi lavorare in condizioni pericolose, come nelle miniere, con prodotti chimici tossici". Una pausa, scuote la testa: "Ma neppure questo, in realtà, è il laogai". È come se Harry Wu, cinese fuggito negli Usa, non volesse parlare di sé. Eppure è presidente della Laogai Research Foundation, è una prova vivente, fu arrestato a ventidue anni dopo che all'università, leggendo un giornale assieme ad altri studenti, aveva semplicemente criticato l'appoggio cinese all'invasione sovietica di Budapest. Delazione. Manette. Nessun tribunale, nessuna prova o indizio, nessuna accusa precisa se non quella d'essere un cattolico e un rivoluzionario di destra. "Il primo giorno, a Chejang, mi dissero che per potermi rieducare sarebbe occorso molto tempo. Poi mi spiegarono che non avrei neppure potuto pregare né sostenere di essere una persona: perché mi avrebbero punito o ucciso. Mi obbligarono a confessare delle presunte colpe dopo aver costretto alla confessione anche mio padre mio fratello, la mia fidanzata. Solo mia madre rifiutò di farlo. Sono stato molto orgoglioso di lei. Non ha confessato perché si è suicidata". "I primi due o tre anni", racconta Harry Wu, "pensi alla tua ragazza, alla tua famiglia, alla libertà, alla dignità: poi non pensi più a niente. Perdi ogni dimensione, entri in un tunnel scuro. Preghi di nascosto. In un laogai non ci sono eroi che possano sopravvivere: a meno di suicidarti o farti torturare a morte. Scariche elettriche. Pestaggi manuali o con i manganelli. L'utilizzo doloroso di manette ai polsi e alle caviglie. La sospensione per le braccia. La privazione del cibo e del sonno. Questo ho visto, e così è stato per preti, vescovi cattolici, monaci tibetani". Ci mostra la foto di un vescovo di 33 anni, e ancora altre foto in sequenza che nessun quotidiano o rotocalco potrà mai riportare: uomini e ragazzi inginocchiati, una ragazzina immobilizzata da due soldati mentre un terzo le punta il fucile alla nuca, una foto successiva in cui è spalmata a terra con il cranio orribilmente esploso. Poi un filmato. È un dvd curato dall'associazione, e dovrebbero vietarlo ai minori e agli occidentali in affari con la Cina: esecuzioni seriali, di massa, i condannati inginocchiati, prima la fucilata e poi lo stivale premuto forte sullo stomaco per controllare che morte sia stata, un ufficiale di partito che per sincerarsene usa una sbarra d'acciaio, e anche di questo qualcosa sapevamo, ma come dire: il video, un video. Sapevamo pure delle fucilazioni e delle camere mobili di esecuzione: furgoni modificati che raggiungono direttamente il luogo dell'esecuzione con il condannato legato con cinghie a un lettino di metallo, il tutto controllato da un monitor accanto al posto di guida. Poi via, si riparte verso altre esecuzioni da effettuarsi pochi minuti dopo l'emissione della condanna a morte. Noi sapevamo che la maggior parte delle condanne è pronunciata in stadi e piazze davanti a folle gigantesche, e che le cose, in Cina, sono tornate a peggiorare dal 2003, laddove ogni anno vengono giustiziati più individui che in tutti i Paesi del mondo messi insieme. "Nel 1984, dopo un articolo di Newsweek, smisero di portare i morti in giro per le strade come pubblico esempio", ci dice, "ma dal 1989 hanno ricominciato, e i familiari devono pagare le spese per le pallottole e per la cremazione". E la faccenda degli organi? "Le autorità prelevano gli organi dei condannati a morte in quanto appartengono ufficialmente allo Stato. I trapianti sono effettuati sotto supervisione governativa: il costo è inferiore del 30 per cento rispetto alla media, e ne beneficiano cinesi privilegiati e cittadini occidentali e israeliani". E la faccenda dei cosmetici fatti con la pelle dei morti? "Dai giustiziati prendono il collagene e altre sostanze che servono per la produzione di prodotti di bellezza, tutti destinati al mercato europeo". Nel settembre scorso, della pelle di condannati o di feti, parlò anche un'inchiesta del Guardian: citò la testimonianza, in particolare, di un ex medico militare cinese che sosteneva d'aver aiutato un chirurgo a espiantare gli organi di oltre cento giustiziati, cornee comprese: senza ovviamente aver prima chiesto il consenso a chicchessia. Il chirurgo parcheggiava il suo furgoncino vicino al luogo delle esecuzioni e, stando alla testimonianza, nel 1995 tolsero la pelle anche a un uomo poi rivelatosi vivo. "Devi prima capire", ripete, "che cos'è un laogai". Forse sì, forse dobbiamo capire: dobbiamo poterci raccontare, un giorno, tra vent'anni, che sapevamo. "I laogai sono parte integrante dell'economia cinese. Le autorità li considerano delle fonti inesauribili di mano d'opera gratuita: milioni di persone, rinchiuse, che costituiscono la popolazione di lavoratori forzati più vasta del mondo. È un modo supplementare, ma basilare, che ha fatto volare l'economia: un'economia di schiavitù". Il numero dei laogai è imprecisato: è segreto di Stato. Secondo l'Associazione, dovrebbero essere circa un migliaio. I prigionieri, se la rieducazione fosse giudicata non completata, possono essere trattenuti anche dopo la fine della pena: "Io avrei dovuto rimanerci per trentaquattro anni, se non fossi fuggito. Perché avevo delle opinioni. Perché ero cattolico. Perché ero un uomo. Il 20 novembre compio vent'anni da uomo libero". Ieri. "E continuerò a lavorare perché la parola laogai entri in tutti i dizionari, in tutte le lingue. Appena giunto negli Usa non ne volli parlare per cinque anni, non ci riuscivo, poi cominciai a vedere che in America la gente parlava dell'Olocausto, parlava dei gulag, e però a proposito della Cina parlava solo della Muraglia e del cibo e naturalmente dell'economia. Ma i laogai, in Cina, esistono da cinquantacinque anni". Ben più, quindi, dei ventisette anni che ci separano dalla nascita della cosiddetta politica del figlio unico instaurata nel 1979 da Deng Xiaoping, prassi che ha spinto milioni di contadini a sbarazzarsi della progenie femminile: almeno 550mila bambine l'anno secondo l'organizzazione Human Rights Watch. Più dei due anni che ci separano dal giro di vite giudiziario introdotto nel 2003 nel timore che l'arricchimento potesse portare troppa libertà: laddove le madri e i familiari delle vittime di Tienanmen sono ancor oggi perseguitate, e i sindacati proibiti, i minori deceduti sul lavoro impressionanti per numero, per non dire dei cosiddetti morti accidentali: prigionieri che precipitano dai piani alti degli edifici detentivi e che solo il racconto di pochi scampati ha potuto testimoniare. A Reporter senza frontiere e ad Amnesty International è invece toccato il compito di raccontare della rinnovata abitudine di rinchiudere i dissidenti negli ospedali psichiatrici, spesso imbottiti di psicofarmaci senza che le ragioni degli internamenti fossero state neppure ufficialmente stabilite: accade nel Paese che per un anno e mezzo riuscì e celare l'epidemia Sars, giacché i dirigenti cinesi temevano che potesse scoraggiare gli investimenti occidentali. Cose delicate. La Cina cresce sino al 10 per cento annuo e si metterà in vetrina ai giochi olimpici del 2008: e ci sono da quattro a sei milioni di persone, rinchiusi nei laogai cinesi, che stanno lavorando per noi. Harry Wu domenica mattina è ripartito per Washington. Doveva incontrare Bush e festeggiare i suoi vent'anni da uomo libero. O forse bastava da uomo. Dal sito: http://www.fattisentire.net/ |
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Sfruttamento
Lo schiavismo di cui si e' parlato nel post precedente e' certo una situazione estrema, pero' non dimentichiamo che in tante industrie regolari cinesi esiste comunque lo sfruttamento. Sara' forse ipocrita fare differenza tra schiavismo e sfruttamento? O forse sempre di schiavismo si tratta, solo che il primo e' piu' palese? Per essere imparziali, bisogna ricordare una gravissima notizia apparsa recentemente, che non mi pare sia stata sufficientemente sottolineata: una nota azienda italiana e' stata colpevole di uno di questi fenomeni di oppressione e sfruttamento in Cina. Si veda l'articolo "Italia e Cina: la trave e la pagliuzza": www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=938 E' una vergogna, eppure perche' non se ne parla abbastanza? Ci vergognamo di far vedere che anche gli italiani sono responsabili di quello che denunciano? Oppure la gente ormai e' consapevole che senza questi metodi e' impossibile vincere la concorrenza sleale cinese? Se la seconda ipotesi e' esatta, non ci dovremmo stupire se gli stessi metodi presto verranno esportati anche da noi. Che ironia... non sara' l'Occidente ad esportare la democrazia in Cina, ma sara' la Cina ad esportare lo schiavismo da noi. |
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