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Ragazze di 17 anni vuole abortire
MILANO
Il caso segnalato dalla clinica Mangiagalli dove la giovane si era rivolta per l'interruzione della gravidanza. Garantiti aiuti e solidarietà
Minore vuole abortire, no della madre, decide il pm
La ragazza ha 17 anni. Le è stato detto che il nascituro non è normale. Lei non lo vuole, ma si scontra con la famiglia
Milano
Sarà il giudice a decidere se nascerà o meno il figlio della 17/enne milanese che chiede di abortire. Ma non è una novità. Un terzo delle interruzioni volontarie di gravidanza che riguardano ragazze minorenni sono decise dal giudice. Si tratta di un migliaio di casi l'anno.Il fascicolo sulla vicenda della giovane milanese, che dopo il dissenso della madre all'intervento si è rivolta direttamente alla clinica Mangiagalli, è ancora in carico al pm dei minori, Maria Teresa Lapella, che intende approfondire il caso. La competenza, secondo quanto recita la legge 194, è tuttavia del giudice tutelare. Secondo quanto afferma infatti l'ultima relazione del ministero della salute sull'interruzione volontaria di gravidanza, nel 67,5\% dei casi l'assenso alla figlia ad abortire lo danno i genitori; nel 31,1\% è il giudice.La storia della ragazza - al quinto mese di gravidanza di un feto malformato - ha già sollevato un dibattito acceso. «Come si fa - si chiede la diessina Marida Bolognesi - a non ascoltare e rispettare la scelta di una ragazza di 17 anni? Questa giovane sta vivendo un dramma che non va acuito e verso il quale bisogna avere rispetto. Rispetto soprattutto per la sua volontà».Anche per Luana Zanella (Verdi), è la «volontà della donna che dovrebbe trovare riscontro e soprattutto una forte solidarietà e comprensione».Sul fronte dei no all'aborto si schiera Maria Burani Procaccini, presidente della Commissione bicamerale per l'infanzia, per la quale non si può «sacrificare il bambino. Siamo fuori - dice - dai limiti massimi concessi per questo tipo di interventi, e farla abortire costituirebbe un illecito». Don Oreste Benzi si rivolge direttamente alla ragazza rassicurandola: «Vedrai sarà il dono più bello della tua esistenza». Il Moige dichiara che ci sono pronte già dieci famiglie per accogliere il bambino. «Comunque vadano le cose - afferma Marialori Zaccaria, vicepresidente dell'ordine degli psicologi del Lazio - per la ragazza andranno male, l'attende una depressione fortissima, a rischio di suicidio». Per la specialista, «è evidente il conflitto con la madre. Una madre non può opporsi ad una richiesta di questo tipo da parte della figlia. L'aborto non è indolore per nessuno, lascia sempre il segno, e se in più non c'è il sostegno della famiglia può diventare un fardello molto pesante. Di fronte ad un aborto, in qualsiasi caso, si cade facilmente in depressione, immaginiamo in situazioni più complesse».( «C'è una legge, la 194, che parla chiaro: per l'aborto di una minorenne occorre l'assenso dei genitori o comunque l'intervento del magistrato». Lo afferma il senatore Riccardo Pedrizzi, presidente della Consulta etico-religiosa di An e responsabile nazionale del partito per le politiche della famiglia, parlando del caso della minorenne che ha chiesto di abortire.«Non solo: l'aborto cosiddetto terapeutico - aggiunge Pedrizzi - non deve mai essere praticato quando c'è la possibilità di vita autonoma del feto. È la stessa legge 194 a dirlo, prevedendo che qualora sussista tale possibilità, l'interruzione volontaria della gravidanza si può praticare solo in caso di grave pericolo per la vita della madre. E oggi la possibilità di vita autonoma è sempre più precoce, grazie alle tecnologie e alla scienza medica. In Italia, in alcune strutture ospedaliere, c'è sopravvivenza sicuramente alla 22/a settimana di gestazione, e con qualche probabilità alla 20/a».«Ricordiamo, inoltre, - osserva ancora il senatore - che nel luglio del 2004 la Corte di Cassazione, con una sentenza di importanza capitale, ha posto l'altolà alle distorsioni del già distorto concetto di aborto cosiddetto terapeutico, sbarrando la strada alla deriva aberrante dell'aborto eugenetico. In particolare, quel verdetto della Suprema Corte ha affermato il principio di uguaglianza e di non discriminazione del concepito, il suo diritto a nascere anche se malato».
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