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"La Cina ci aiuterà a cambiare il mondo"
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28/4/2008 (7:15) - COLLOQUIO
"La Cina ci aiuterà a cambiare il mondo"

D. R., erede dell'impero di John, il fondatore della Standard Oil
Non è un nemico: è indispensabile per risolvere i nodi su clima e cibo
MAURIZIO MOLINARI
INVIATO A WASHINGTON
Completo grigio, cravatta rossa, occhi vispi e capelli grigi leggermente spettinati, David Rockefeller assiste quasi in raccoglimento al seminario sui cambiamenti climatici nel Roosevelt Salon dell’hotel di Washington dove si svolge l’incontro annuale della Commissione Trilaterale. Nella sala non ci sono più di trenta partecipanti provenienti da America, Europa e Asia, le domande su uragani, siccità, acqua ed energia si susseguono incalzanti ed a rispondere punto su punto sono due relatori dell’Estremo Oriente: la cinese Yuan Ming, vice presidente della Scuola di relazioni internazionali all’Università di Pechino, e il giapponese Taizo Yakushiji, membro del Consiglio delle scienze di Tokyo.
Quando arriva la pausa per il caffè, Rockefeller si rilassa e dice: «Il futuro è in questa stanza». Se nel 1973 fondò la Trilaterale assieme Henry Kissinger, Zbignew Brzezinki e Gianni Agnelli per creare un forum informale di consultazione fra le grandi democrazie industriali dell’epoca, oggi guarda ad un altro orizzonte, dall’alto dei suoi 93 anni: «Dobbiamo coinvolgere la Cina nella gestione dei problemi globali». È questa la motivazione che spinge la Trilaterale ad aprire le porte ai partecipanti della Repubblica Popolare, sebbene non si tratti di una democrazia liberale. «Quando se n’è iniziato a parlare avevo qualche legittimo dubbio - racconta Rockefeller - perché si tratta di una nazione autoritaria, non sono come noi, non è una democrazia». Ma le perplessità sono cadute di fronte agli studi scientifici che dimostrano come la Cina sia divenuta la superpotenza nel campo nelle emissioni di gas nocivi nell’atmosfera: ne produce più degli Stati Uniti. «Senza la Cina non possiamo lavorare a una soluzione per mondiale per i problemi del clima e dell’energia», aggiunge il banchiere sottolineando che «rinnovarsi» significa «affrontare l’agenda globale» guardando oltre gli spartiacque politici ed ideologici del XX secolo. Non a caso quando la sessione Climate Change riprende, Rockefeller si appassiona ad uno scambio di battute fra la cinese Yuan e un ex diplomatico danese attorno all’interrogativo se «il rispetto del clima deve essere imposto dall’alto». Yuan Ming non ha dubbi: «È l’unica maniera per farlo, spetta ai leader politici imporre soluzioni drastiche». Ma il danese non è d’accordo, ribatte: «Saranno i consumatori a decidere acquistando auto verdi e prodotti biocompatibili, le imposizioni dall'alto non funzionano». «Io la penso come lui» commenta Rockefeller, abbozzando un sorriso per far capire che il pensiero dell’accademica di Pechino ha un’impostazione un po’ troppo dirigista per i suoi gusti liberali.
«I leader politici fino a questo momento hanno combinato assai poco, saranno i cittadini a fare la differenza - spiega il banchiere, parlando sottovoce per non disturbare il dibattito in sala - anche perché sono loro a pagare il costo più alto per i rincari energetici». Ma ciò che più conta per lui è che «i cinesi siano qui» per confrontarsi, discutere, ragionare assieme agli occidentali.
Nel 2009 il prossimo appuntamento della Trilaterale sarà a Tokyo e proprio in quella sede la presenza cinese diventerà assai più numerosa, assieme a quella dell’India. Rockefeller vede il tranguardo dell’allargamento della Trilaterale alla Repubblica Popolare e quasi si commuove quando ricorda «l’amico Gianni Agnelli con cui tutto questo ebbe inizio molti anni fa. Era un amico vero, di un’intelligenza brillante» aggiunge. A convincerlo sulla necessità di superare le proprie ritrosie sono stati Peter Sutherland, presidente di Goldman Sachs, e Yotaro Kobayashi, ex presidente di Fuji Xerox, rispettivamente a capo delle sezioni europea e giapponese della Trilaterale.
A spiegare il pensiero dei partecipanti giapponesi è Keizo Takemi, voce influente del partito liberaldemocratico a Tokyo: «Isolare la Cina è un errore, bisogna coinvolgerla nelle istituzioni internazionali, negli organi multilaterali, perché in questa maniera i suoi leader entreranno in contatto con il mondo esterno, usciranno, ascolteranno». È l’approccio che ha convinto Rockefeller, spingendolo a sostenere l’iniziativa del britannico Sutherland che si scontrava con le forti resistenze della componente americana.
Quando in serata la Trilaterale si ritrova a cena nella suggestiva cornice dello Smithonian Museum, Rockefeller è seduto nel tavolo più vicino al podio dell’oratore l’ex direttore di The Economist Bill Emmott - uno dei giornalisti che più apprezza - ed annuisce soddisfatto quando gli sente dire ciò che anche lui pensa: «Grazie a Cina, India e Giappone l’Asia sta diventando una sola, tutti parlano del rischio di conflitto ma da 30 anni non vi sono più guerre in Estremo Oriente». L’impresa di traghettare la Trilaterale verso l’apertura ai partecipanti cinesi è l’impronta che Rockefeller vuole lasciare sulla Trilaterale per consentire a questa sua creazione di «rinnovarsi guardano al futuro». Ma ciò non toglie che poi, in seduta plenaria, il banchiere newyorkese torni a interessarsi di problemi strategici come l’Iran, discutendone con l’ex Segretario di Stato Henry Kissinger, seduto ad appena una sedia di distanza lungo lo stesso tavolo numero 22 nel bel mezzo dell’assemblea plenaria.
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[fonte]
Quando è un personaggio di cosi grande rilievo nei circoli dell' alto potere mondiale a dire le cose del genere, non si può semplicemente ignorare.
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