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RIVOLUZIONE 18 aprile 1948

Data: 18 Aprile 2008

Autore: Ugo Finetti




Le elezioni del 18 aprile 1948 furono la prima grande battaglia elettorale della Repubblica. Il clima è già quello della Guerra fredda. La Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi uscirà vincitrice dalle urne (48%) battendo il Fronte Democratico Popolare formato dal Pci di Togliatti, dal Psi di Nenni e da altre formazioni minori (31%). Le carte degli archivi militari alleati mostrano un'estrema preoccupazione per la situazione italiana prima e dopo il voto. C'è il timore che il Pci non accetti il risultato delle votazioni e scelga la strada rivoluzionaria. Lo scenario più temuto prevede il possibile intervento militare della vicina Jugoslavia di Tito. Le forze titine non avrebbero problemi a travolgere l'esercito italiano e a impadronirsi di località strategiche per tagliare in due l'Italia: Rimini, Ancona, la base aerea di Foggia e Trieste gli obiettivi principali. Il Pci, nel frattempo, insorgerebbe nelle regioni in cui è più forte: Emilia (20950 uomini armati); Lombardia (13000); Campania (6500); Piemonte (5500); Marche (5000); Umbria (5000); Veneto (5000).

Si tratta di un retroscena che solo ora viene alla luce grazie alle ricerche condotte da Salvatore Sechi e che sono pubblicate dalla rivista "Critica Sociale". Lo storico si è servito di documenti inediti provenienti dal Dipartimento di Stato e dagli archivi del Ministero della Difesa degli Stati Uniti.

(Nella cartina: la dislocazione degli uomini armati del Pci pronti a mobilitarsi in caso di insurrezione. Secondo le stime dei militari alleati e italiani, i comunisti potevano intervenire con qualche possibilità di successo in Emilia, Lombardia, Campania, Piemonte, Marche, Umbria e Veneto. Lo scenario più temuto era però un intervento nel conflitto di Tito. Le truppe jugoslave potevano avanzare via terra in Friuli. Ma anche sbarcare in città all'epoca strategiche dal punto di vista delle comunicazioni militari: Rimini, Ancona e Foggia.)


Invasione dopo le elezioni. I piani di Togliatti e Tito

Sulla rivista Critica Sociale un saggio di Salvatore Sechi basato su documenti inediti alleati. «Se perde, il Pci può contare su 75 mila uomini. E gli jugoslavi sono pronti».

A determinare la tensione e l'incertezza intorno al voto del 18 aprile 1948 non era solo l'esito, ma soprattutto come avrebbe reagito, sia di fronte alla vittoria sia alla sconfitta del Fronte popolare, il Partito comunista. Nei Paesi dell'Est, dove avevano vinto le elezioni, i comunisti avevano liquidato i partiti avversari. E in caso di sconfitta, i comunisti italiani avevano a disposizione un apparato clandestino più forte di quello dell'esercito, ridotto ai minimi termini dopo la guerra e secondo i vincoli stabiliti dal trattato di pace. Il nostro esercito, confessano i vertici, può fare affidamento al massimo su 50 mila uomini; ed esiste un "esercito comunista" di oltre 75 mila uomini. Da qui la decisione presa da Alcide De Gasperi nell'inverno del 1947, di concerto con l'Allied Control Commission e con l'ambasciatore degli Stati Uniti J. C. Dunn, di rinviare le elezioni al 18 aprile e ritardare l'evacuazione delle truppe anglo-americane che avrebbero dovuto lasciare il territorio italiano novanta giorni dopo la firma del trattato di pace a Parigi il 10 febbraio 1947.

RITARDARE IL VOTO

Si tratta di un retroscena che solo ora viene alla luce grazie alle ricerche condotte da Salvatore Sechi e che sono oggi pubblicate dalla rivista "Critica Sociale" che ha anticipato sul suo sito online il saggio contenuto nel prossimo numero. Lo storico si è servito di documenti inediti provenienti dal Dipartimento di Stato e dagli archivi del Ministero della Difesa degli Stati Uniti. «Alla fine di dicembre 1947 - scrive Sechi - la struttura paramilitare del Pci (chiamata Brigate d'Assalto Garibaldi o Apparato) viene passata ai raggi X». Ad alimentare le preoccupazioni era stata non solo la costituzione del Cominform, il nuovo organismo di coordinamento tra i partiti comunisti al potere e i partiti comunisti all'opposizione in Italia e Francia, ma anche le notizie giunte dalla sua conferenza costitutiva a Szklarska Poreba in Polonia, il 22 settembre 1947: i comunisti italiani erano stati accusati di essere stati troppo legalitari e passivi ed avevano ricevuto l'ordine di radicalizzare l'opposizione.

MESSAGGI TOP SECRET

A testimoniare il nuovo corso politico sono diversi articoli sull'Unità e su Rinascita in cui da parte di esponenti della Direzione nazionale del Pci come Emilio Sereni si tuona contro «le illusioni parlamentari». Al tempo stesso nell'autunno del 1947 si assiste al rilancio di movimenti e alla moltiplicazione di lotte di massa. Si determina una generale radicalizzazione della conflittualità politica in vista dello scontro finale alla data del voto. Come disse Longo a Szklarska Poreba, il Pci si era preoccupato di non consegnare le armi alle autorità alleate, ma di conservarle per un possibile «momento opportuno». Di fronte a questa plateale aggressività e all'incertezza in cui la stessa Democrazia cristiana va al voto dopo aver registrato, rispetto al precedente successo nelle elezioni della Costituente del 2 giugno 1946, anche sconfitte nelle elezioni amministrative, ci si interroga sui possibili scenari e sulle possibili ripercussioni sul piano militare delle elezioni del 18 aprile. Leggendo il contenuto di rapporti top secret stesi alla fine del 1947 emergono tre possibili scenari che danno per scontato il prevalere del Fronte Popolare: la conquista della maggioranza è un'ipotesi che lo Stato Maggiore italiano - riferisce il rapporto americano - considera «molto probabile», così come è giudicato «più probabile» che i socialcomunisti ottengano la maggioranza relativa. Nel primo caso non si prevede alcuna reazione armata da parte cattolica (in particolare l'Azione Cattolica) e delle destre, mentre nel secondo si pensa che il Fronte «riceverà dall'esterno», ovvero dai sovietici, l'ordine di «provocare scioperi e agitazioni politiche» fino anche a «ribellioni armate» al fine di far proclamare il «governo legittimo». Come terza ipotesi si teme una vera e propria insurrezione generale per ottenere dal Capo dello Stato provvisorio, Enrico De Nicola, l'accettazione di un governo dei comunisti e dei socialisti stalinisti. Non manca il sospetto di un'assistenza militare «nascosta» da parte sovietica e soprattutto di un intervento militare da parte jugoslava. «La preoccupazione di De Gasperi è così elevata - osserva Sechi - da indurlo a presentare urgentemente a Washington e a Londra un piano di riarmo del nostro Paese che violava le condizioni del trattato di pace. Truman lo fa presente agli italiani ma, alla fine, dopo che il Pentagono ha ridimensionato la richiesta di De Gasperi, convince il Congresso che si tratta non di un riarmo dell'Italia, ma di un'emergenza, cioè una misura eccezionale per far fronte all'aggravarsi dell'ordine pubblico in Italia».

ARMI NEL NORD DELLA GERMANIA

Di fronte al pericolo che il Pci potesse fare un colpo di mano o di Stato, Truman spedisce quindi a De Gasperi le armi per cielo, per terra e per mare. Vengono fatte stazionare in un porto a nord della Germania, tenendole pronte per farle confluire sui confini del Brennero nel caso in cui fosse partita «una rivolta comunista». Quale fu la consistenza dell'armamento comunista? La documentazione rinvenuta da Sechi delinea un classico apparato idoneo a far fronte alla guerra di guerriglia: «Oltre a mezzi di scarsa entità nascosti nelle abitazioni private dei militanti più fedeli, ad armi pesanti e a mortai di piccolo calibro occultate vicino alle stazioni ferroviarie e a più pesanti pezzi da campo smontati e murati con particolare cura sotto la vigilanza di elementi affidabili, l'esercito comunista dispone di 20-30 mortai da 45 mm, 150 panzerfausts, 100-125 mitra pesanti, 10 armi anti-carro da 88 mm.,300 mitragliatrici leggere, un buon numero di granate a mano e di mine anti-carro e probabilmente uno o due carri armati». Due dati impressionano in questa documentazione di Salvatore Sechi: il primo è che da parte di De Gasperi e degli Stati Uniti si è pronti ad accettare il responso delle urne ed ogni ipotesi di reazione riguarda solo il caso in cui i comunisti volessero approfittare della vittoria per sciogliere con la violenza gli altri partiti ed imporre con le armi un'aperta dittatura; il secondo è che questo apparato, soprattutto quello specializzato non negli scontri ma nelle azioni di terrorismo (i Gap nati già nella Resistenza indipendentemente dagli altri partiti e al di fuori del Comitato di liberazione nazionale di Roma e dell'Alta Italia) sia stato tenuto in vita anche nel dopoguerra e fino agli anni Settanta come ammesso dallo stesso dirigente che all'epoca lo sovrintendeva, Pecchioli, con la scusa del timore di un colpo di stato fascista. Fu l'acqua sporca degli "anni di piombo". Berlinguer ne ordinerà la sparizione solo all'indomani dell'attentato a Giovanni Paolo II.


Fonte: Libero 18 aprile 2008
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