L’antipolitica sono loro
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L’antipolitica sono loro
Maurizio Blondet
01/09/2007
L'ottimo Marcello Veneziani, durante la rassegna stampa mattutina di RAI3 che tiene nella settimana, ha detto una cosa sbagliata ed una giustissima.
Ha chiamato ripetutamente «antipolitica» l'indignazione crescente per le case di lusso, oltrechè per gli emolumenti astronomici e gli altri privilegi scandalosi e indebiti, del ceto politicante e dei suoi caudatari.
Si tratta di un cedimento, credo, ad un luogo comune del tipo umano «romano» sempre vicino al denaro pubblico: per chi il denaro pubblico lo prende o lo ha preso (nel CdA Rai, magari), i contribuenti che il denaro lo danno, se protestano, sono sempre un po' «qualunquisti», e ciò in perfetta coscienza, insieme «falsa» e in buona fede: il modo d'esistenza crea la coscienza, diceva Marx. (1)
Gian Antonio Stella, intervenuto, ha replicato all'ottimo Marcello che l'umore popolare indignato non nasce da qualunquismo «antipolitico», ma al contrario dalla richiesta di politica seria e vera.
Poteva dire di più anche Stella.
Ricordare che la protesta fiscale è il germe da cui sono nate le democrazie (il saccheggio del thè inglese in America fu una rivolta fiscale), e la rivolta contro le classi parassitarie il fondamento delle repubbliche, a cominciare dalla francese: dunque è «politica» al più alto grado, o se vogliamo al grado più elementare e fondamentale.
E' il popolo che chiede conto ai suoi governanti divenuti sfruttatori costosi e parassiti inutili.
La rivoluzione francese fu l'eliminazione di una casta dominante che, sempre più costosa, aveva da tempo superato la sua utilità sociale, la difesa del suolo, compito della nobiltà medievale.
Veneziani, correggendosi e dando ragione a Stella, ha detto allora la cosa giustissima: la classe politica italiana governa sempre meno, perché le decisioni vere e gravi sono prese sopra la sua testa da entità sovrannazionali e oligarchiche (dalla UE al Fondo Monetario, dal WTO all'ONU), a cui ha ceduto la sovranità ricevuta dal popolo, e questo spiega l'esasperazione popolare verso i suoi lussi.
Infatti è questo il tema centrale della «politica», oggi.
L'esproprio della democrazia da parte di oligarchie e parassiti.
E' singolare - e la dice lunga sulla miseria del «pensiero politico» attuale, dominato da rozzi saccenti come Sartori - che sia il tema più taciuto non solo dai cosiddetti politici (il loro silenzio si spiega), ma dagli intellettuali e dai giornalisti.
Tutti costoro si guardano bene dal porre le domande necessarie che questo problema centrale - lo svuotamento della democrazia - richiede con urgenza.
Una classe politica che governa sempre meno ma costa sempre di più, che non gestisce quasi più nulla ma si paga privilegi sempre più gravosi per la popolazione contribuente, è la definizione stessa di «classe parassitaria».
La stessa che si applicò, nel 1789, all'aristocrazia francese che viveva tra sfarzi e balli a Versailles, dimentica dei suoi compiti antichi.
La società italiana lo sente, e protesta; ma la sua protesta è inarticolata, perché non è riflessiva, e gli intellettuali non prestano ad essa la parola.
Ma oggi, la domanda deve essere più articolata.
Versailles era un centro di spesa unico e solitario.
Oggi, i centri della cosiddetta «democrazia» inadempiente sono prodigiosamente moltiplicati: Stato, regioni, province, consigli di zona (i cui presidenti a Milano già prendono 2 mila euro mensili), consigli di amministrazione, enti autonomi, consulenze, comunità montane (spesso sulle spiagge)… com'è accaduto che una classe politica che gestisce poco o nulla, abbia moltiplicato a tal punto gli strati di decisione «politica», asseritamente «democratica»?
Ovviamente, tutti vedono - anche se nessuno ne parla - che questa proliferazione cancerosa di strati «democratici» non rafforza affatto la democrazia, ma la ammala e falsifica.
I problemi di una quartiere urbano hanno davvero bisogno di un «consiglio» politico, ossia di un luogo dove la decisione è presa da un micro-parlamento in cui sono rappresentate maggioranza e opposizione?
Per rispondere, bisognerebbe aver chiaro a che cosa serve la politica nelle repubbliche.
Serve a decidere su grandi problemi la cui natura è «opinabile», ossia soggetta a discussione.
In cui la decisione ha effetti collaterali negativi, o danneggia una parte della società, mentre ne favorisce un'altra.
Per esempio: costruire nuove autostrade o puntare sulle ferrovia, è un problema soggetto a discussione democratica.
Perché ciascuna delle due soluzioni proposte ha dei pro e dei contro, ed è giusto essere informati dei «contro», prevedere compensazioni e rimedi, insomma decidere - alla fine - per voto.
Molti temi sono «politici» in questo senso basale: se ci fossero soluzioni «assolutamente» buone e assolutamente cattive, non sarebbe necessario discuterle.
La soluzione si imporrebbe con evidenza a tutti… tranne che agli ideologi.
Il fatto è che nella vita reale non è quasi mai possibile scegliere fra un male evidente e un bene evidente.
Quasi tutte le scelte presentano luci ed ombre, effetti collaterali sgradevoli, nessuna è ottimale, e per questo occorre che il popolo sia informato (la funzione democratica della stampa) delle obiezioni che possono opporvisi, onde poi decidere consapevolmente.
Direttamente - nei referendum - o per delega dei loro rappresentanti.
Qui si comincia a vedere il primo tradimento dei nostri cosiddetti politici, spesso eredi di ideologie che dovrebbero passare e non passano mai: che essi pongono sempre la «loro» soluzione come l'ottimale, la scientificamente indiscutibile.
Senza la minima onesta coscienza delle sfumature, dei pro e dei contro, e dunque senza dare il minimo ascolto alle «ragioni» dell'avversario.
Ciò falsifica il dibattito politico fin dall'inizio, e lo fa diventare una permanente guerra civile: sordi all'argomento della controparte - che ha la stessa legittimità della parte loro, e rappresenta interessi legittimi - trasformano la controparte in avversario, e lo demonizzano (esempio recente la frase: «Biagi - l'autore della legge omonima, assassinato - è un assassino»).
Nessun rigore, nessuna competenza, nessuna cura di informarsi.
Il dibattito politico si trasforma in opposizione di atti di fede contrapposti, infinitamente ripetuti: più precisamente, in atti di malafede.
Ma riprendiamo il discorso della moltiplicazione indebita dei centri «democratici».
Se le decisioni hanno da essere politiche nel senso detto sopra, è ovvio che il suo luogo naturale è quello centrale, unificato e centralizzato, dove la sovranità è piena.
Lo Stato - il governo, controllato da un parlamento (e non come accade oggi, «espressione» del parlamento: perché così non c'è alcun controllo sugli atti di governo).
Ha senso demandare decisioni «politiche» - discutibili - a organi inferiori allo stato centrale?
Le Regioni hanno il compito di gestire la sanità: ma al di là di alcune scelte fondamentali, già assunte sul piano nazionale (per esempio: fino a che punto preferire la prevenzione alla cura, o estendere i trapianti d'organo, o consentire aborto ed eutanasia in igienico ambiente ospedaliero a carico di tutti i contribuenti, anche quelli contrari), la sanità consiste in vasta misura di soluzioni «tecniche»: dove comprare le siringhe e il materiale di consumo, a quale ditta affidare la fornitura di pasti e di lenzuola pulite, eccetera.
Ciò che è «tecnico» è l'esatto contrario di ciò che è «politico». (2)
Le decisioni tecniche si prendono in base a dati oggettivi - prezzi confrontati alle prestazioni, ad esempio - e ben poco opinabili.
Ha senso inserire la «politica democratica» per decidere a quale ditta affidare le lenzuola da lavare?
Eh sì, ha senso.
Ma il solo senso possibile è il seguente: ogni partito lotta per affidare l'appalto alle ditte-clientelari.
Il primario viene scelto in base alla sua tessera partitica.
Le siringhe sono fornite dall'amico del governatore.
Avviene in Calabria e in Sicilia, ma anche in Lombardia (dittatura Formigoni, appalti alla Compagnia delle Opere).
Per questo le Regioni sono un fallimento, con buona pace dei leghisti (che partiti dalla secessione, hanno ripiegato sul federalismo e ora fanno finta di credere che il regionalismo risponda alla domanda federale).
Un servizio sanitario definito «nazionale» (e che nazionale deve essere, per garantire servizi uguali a cittadini uguali) è in realtà «regionale»: con scarti di efficienza e di costi che ledono un principio fondamentale del diritto come, appunto, l'eguaglianza dei cittadini di fronte alle cure.
Accade che i siciliani malati sul serio vengano poi a curarsi in Lombardia, dove - nonostante il clientelismo - certe inefficienze assassine non sono tollerate, e restano alcuni centri di eccellenza.
A carico dei lombardi, il servizio torna allora «nazionale».
Le Regioni sono un colossale moltiplicato centro di clientelismo e costi indebiti.
Lo ripeto: sono un fallimento.
Lo devo ripetere perché - fatto singolare - nessuno lo dice.
Non i politici (e si capisce: 12 mila euro mensili ai consiglieri regionali, autoblù agli assessori, miliardi di consulenze agli amichetti di parte, sinecure ai trombati), ma nemmeno gli intellettuali, i giornalisti, i giuristi.
Pare che le Regioni siano un sacro tabù.
L'argomento retorico è che si è portata la «democrazia», o «la partecipazione», più vicina ai cittadini.
E' falsissimo dogma della sinistra ideologica.
E' vero il contrario: la Regione è più lontana ai cittadini dello Stato.
Di questo, i giornali nazionali parlano, bene o male è sotto l'occhio dell'opinione pubblica (anche se i «politici» fanno tutto per affumicare la «casa di vetro»): proprio la visibilità della politica di Stato è uno degli argomenti a favore della ri-centralizzazione.
Di ciò che si fa in Regione, pochissimo sanno.
Se ne parla al massimo localmente.
Almeno fino a quando non arrivano i titoli in cronaca nera nazionale, come l'assassinio Fortugno, la mafia-regione in Sicilia, i morti per plastica nasale in ospedale a Messina.
Vero è che la regionalizzazione ha portato più vicino ai cittadini il clientelismo collusivo: specie nel Sud senza lavoro, l'opposizione democratica è falsata dal fatto che metà gode di vantaggi indebiti, e l'altra metà spera di goderne, e perciò tace e acconsente.
Il Quirinale ci costa cinque volte di più della monarchia britannica.
Ma non è ancora nulla: la Regione Sicilia può pagare un assessore (alle acque) il doppio di quel che prende il capo dello Stato.
C'è una regione che di fatto è proprietà della famiglia Mastella, un'altra che appartiene alla 'ndrangheta, senza suscitare l'allarme collettivo nazionale.
Non sono le province che vanno abolite, ma le regioni.
Le province hanno una loro storia (napoleonica, amministrativa).
Sono - o lo erano prima di essere rese «democratiche», con parlamentini e governicchi - entità sostanzialmente tecniche, rette da prefetti, ossia da funzionari di Stato, l'occhio del centro nella periferia - una garanzia per il cittadino, contro gli arbitri dei capataz locali. (3)
Ciò vale ancor più per gli strati inferiori di gestione, dove la dose di tecnicità supera quella di politicità, dove - più che discutere - si deve asfaltare, piantare lampioni, allontanare gli accattoni molesti e multare i vu' cumprà senza licenza (la licenza chiesta, invece, ai negozianti regolari).
La discussione democratica qui è fuori luogo: non a caso, i comuni possono essere commissariati - gestiti da un tecnico, da un prefetto - e lo sono spessissimo.
Si aggiunga che la qualità dei «politici» scade di livello ad ogni strato gestionale discendente: già quelli di Stato non sono di serie A (nel rating, li metteremo al livello AA-, come i BOT italiani e del Botswana), ma quelli di regione sono di serie B, quelli provinciali serie C, i comunali serie D, e i consiglieri di zona pagati sono fuori qualifica.
Professionisti del politicismo vacuo, professionisti dell'incompetenza.
Basta vedere, su una TV locale, i «dibattiti» dei consigli comunali e regionali, per aver vergogna.
Le competenze sono rare in Italia (non si sviluppano perché malviste e ostacolate).
Lo Stato può disporre di quelle relativamente migliori; gli altri, degli scarti.
Ma non basta ancora.
Negli strati via via più bassi, il potere effettivo è via via più limitato e minore: intendo il potere di agire e decidere nel pubblico interesse.
Si arriva al ridicolo nei consigli di zona: quale mai potere hanno?
Al massimo, di elevare suppliche all'amministrazione comunale, occorre un parcheggio,
la discoteca fa rumore, dateci un poliziotto di quartiere.
E per questo, dei fannulloni pagati e di partito sprecano ore, anzi anni, in «discussioni democratiche».
Un esercizio di democrazia senza poteri reali è un gioco da bambini, un asilo nido: giocate un po' alla democrazia, ragazzi.
Solo lo Stato dispone insieme della ragione centrale per «discutere politicamente», dei poteri e delle competenze per agire, ossia per far funzionare la democrazia.
Gli altri dispongono di impotenze, incompetenze e fannullaggini.
E corruzione «vicina al cittadino».
E' ovvio che la gente veda e si indigni del parassitismo, degli emolumenti indebiti, della case di lusso arraffate da questa «democrazia», abusiva fin nel nome.
E' la stessa situazione in cui si trovò la nobiltà parassitaria alla vigilia della rivoluzione francese: ci vuole del bello e del buono per chiamare questa rabbia popolare, altamente politica, «l'antipolitica».
Una malafede o una stupidità, paralisi del pensiero, che stupisce negli intellettuali.
L'antipolitica non è la rabbia contro i miliardari pubblici; l'antipolitica è quello che fanno lorsignori.
E la loro incapacità di auto-riformarsi, di rinunciare ai loro privilegi come fece l'aristocrazia francese - in ritardo fatale - alla Pallacorda.
Cova la rivoluzione anche da noi?
Lo fa ben pensare un fenomeno notevole, e anche questo taciuto e non rilevato: che la gente, divisa fra destra o sinistra, è in generale d'accordo nella rabbia verso i parassiti miliardari e incompetenti.
E' d'accordo che le tasse sono troppo dure, su una società che s'impoverisce.
E' d'accordo nell'identificare i temi: la disoccupazione giovanile, il carovita, la perdita di competitività e di speranza dei giovani, la corruzione, l'immigrazione non governata…
Questa unità che supera le (false) divisioni ideologiche è un segno premonitore: la volontà di cambiare si sta rafforzando e unificando.
Senonchè, ecco che i «politici» mettono in atto i loro trucchi per dividere questa unità nascente.
Non parlate delle tasse, parlate piuttosto dei DICO: siete pro o contro?
Discutete, spaccatevi su questo (e noi, cretini, discutiamo e ci spacchiamo).
Non guardate ai nostri superattici pagati 200 mila euro, rispondete piuttosto: siete pro o contro l'eutanasia?
La legalizzazione della coca e dello spinello, che ne dite?
Ma appunto questa è l'antipolitica: porre argomenti di discussione pretestuosi, allo scopo di perpetuare divisioni artificiali e così allontanare il momento in cui l'unione della società manderà i parassiti dove meritano (a piazzale Loreto).
E lo si è visto proprio nella questione, in sé minima, dei lavavetro molesti.
Di destra o di sinistra, la gente è a favore della disciplina.
Dalla parte dei molesti, a fare distinguo, sono rimasti microscopiche minoranze ideologiche
sub-staliniste, e i «politici», con qualche intellettuale.
Tutti a gridare alla «Antipolitica», al qualunquismo.
Ma i tempi sono tali, che bisogna invece diventare orgogliosi di tale qualunquismo.
Che è poi un ritorno alla realtà politica: perché nella vita reale, la gente reale è importunata, molestata e minacciata agli angoli delle strade da stranieri, che sono arrivati e restano qui solo per l'incuria e l'incompetenza di governanti che non governano nulla.
E abitano in superattici da noi pagati.
E viaggiano in auto di Stato con la scorta, dunque - loro - non subiscono molestie e arroganti insistenze di mendicanti incattiviti.
Gli antipolitici che noi paghiamo sempre di più, coi nostri salari sempre più piccoli, perché si godano le loro Versailles e discutano di «alleanze» e simili coglionate a Telese.
A Telese!
Già questo dice lo stato della «democrazia»: il feudo del capataz Mastella diventa il palco della «politica nazionale».
Ma almeno, sempre meno gente si scappella quando i capataz passano, come facevano i contadini di sua maestà; e invece, sempre più gente rumoreggia, li minaccia col pugno, li vuole morti o appesi a Loreto.
Non è già un segno politico, questo?
Io credo di sì.
Un segnale importante, minaccioso.
Il popolo vuole di nuovo far paura ai suoi sfruttatori.
«El pueblo unido», come dicono a sinistra certi marpioni del Manifesto, che quando il popolo si unisce trovano da ridire spocchiosi e snob.
Il popolo è stufo dei parassiti: il momento è storico, guevaristi da superattico: non vi perdete almeno questa rivoluzione possibile.
Maurizio Blondet
Note
1) Per esemplificare: Marx avrebbe detto che una personalità che possiede yacht e partecipa a regate veliche da miliardari, per quanto si dica «di sinistra», non sarà mai parte del proletariato né avrà una coscienza proletaria. Sarà, al massimo, un esponente della «borghesia progressista». E infatti le istanze della sinistra (dei superattici e degli yacht) sono tipiche della borghesia radicale: aborto legale, droga libera, nozze gay. Gli operai della Breda stalinisti - esistessero ancora - saprebbero come trattare queste «istanze» e quella «sinistra».
2) Infatti, i nostri politici lasciano sempre più volentieri la gestione ai «tecnici», da Mario Monti a Padoa Schioppa a Ciampi, fino ad appoggiare governi dei tecnici. Il governo li annoia; vogliono aver più tempo per «discutere» (a Telese) e non vogliono fare nulla. Non c'è segno più lampante che si tratta di una classe parassitaria, di cui è imperativo liberarsi.
3) Francesco Cossiga, quand'era ministro degli Interni, cercò di riformare le province nel senso di distaccarvi, come prefetti, non funzionari di carriera bensì politici democristiani trombati alle elezioni, onesti funzionari fecero presente a Cossiga che a quel punto anche i comunisti avrebbero voluto i «loro» prefetti, e così i repubblicani, soialisti, missini… gli occhi dello Stato nella periferia sarebbero stati accecati, e il clientelismo sarebbe dilagato. E' significativo che Cossiga sia un professore di diritto pubblico, e non capisca queste cose.
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[fonte]
Parla dell' Italia, ma lo stesso può dirsi di moltissimi altri paesi...
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Trpinjska cesta - groblje tenkova
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