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Old Monday, August 20th, 2007
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Default La Messa di San Pio V è antisemita?

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La Messa di San Pio V è antisemita?

Dante Pastorelli

20/08/2007


Papa Benedetto XVI durante la celebrazione della Santa Messa


Prima e dopo la sua promulgazione, sul «Motu Proprio» con cui il Papa ha liberalizzato, se non in toto, certo in modo consistente, l'uso del venerando Messale di San Pio V - il rito della Santa Messa, cioè, che ha caratterizzato ed espresso secoli di fede intrepida e forgiato schiere d'innumerevoli santi e martiri - s'è abbattuta una fitta gragnola, ben orchestrata onde non ci fossero «stecche», oltre che di autentici improperi e minacce di disobbedienza, di critiche ed obiezioni preconcette, superficiali e storicamente, liturgicamente, teologicamente inaccettabili, esposte anche in linguaggio incivile, e talvolta truculento, tipico della faziosità dei ribelli all'Autorità suprema.
Il temporale, non soltanto intra-ecclesiale - durissime le reazioni di esponenti delle varie aggregazioni evangeliche - è stato scatenato, ed affidato ad una compiacente stampa laicistica e pseudocattolica ben felice di farsene megafono, da cosiddetti esperti, soprattutto chierici, anche a livelli altissimi: si veda, fra gli altri, l'infelice intervento del solito cardinale Martini, Papa mancato, che non perde occasione per uscir dal suo eremo di Gerusalemme con l'unico scopo di dissentire ad alta voce dalle più sagge decisioni della Santa Sede e addirittura dall'infallibile Magistero in materia di morale sessuale (uso del profilattico, eutanasia «omissiva» ad esempio, ed altri delicati problemi), per cui l'incauto porporato ha incassato la dura reprimenda di moralisti «veri» quali il cardinale Trujillo e il vescovo monsignor Sgreccia.

Benedetto XVI, che cerca, peraltro con prudenza, di raddrizzar il timone della Barca di Pietro, è stato fatto bersaglio di oltraggiose accuse: pesante clima di autoritarismo e restaurazione fondamentalista da lui inaugurato e perseguito con temerarietà; ritorno ad un vieto passato e rigetto del produttivo «spirito» liberale del Vaticano II (quello dei Kung, Rahner e altrettali corifei della rottura con la tradizione e dell'edificazione d'una chiesa nuova, una chiesa - Pantheon esistente solo nella loro mente malata d'eresia); azzeramento dei notevoli passi compiuti sulla strada dell'ecumenismo; creazione di divisioni nella Casa del Signore con la formazione di élites cultural-liturgiche; deprecabile rinnovata separazione tra sacerdote «presidente» ed assemblea; nullificante celebrazione verso il muro (non verso la Croce o il Tabernacolo?) e via starnazzando con ridicole banalità intrise di dozzinale razionalismo e sciatta quotidianità specie in un campo, quello del Santo Sacrificio, che da quotidianità e razionalità necessariamente, per la sua sublimità, rifugge e va preservato.
Tutte obiezioni, critiche e demonizzazioni preventivamente rintuzzate, una ad una, nel «Motu Proprio» e nella lettera ai vescovi, personalmente da Benedetto XVI.
Ma non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire.
Tra queste argomentazioni ostili o secche ed immotivate sentenze ed esecrazioni ne risalta una, la più velenosa, agitata come la clava manzoniana del «dàgli all'untore» che, nelle intenzioni degli scaltri sedicenti salvatori della Chiesa e dell'umanità, dovrebbe far grossa breccia nel cuore dei fedeli più semplici e, soprattutto, suscitar indignazione nell'orbe intero, cattolico e non: il vecchio rito è antisemita o per lo meno alimenta l'antisemitismo!
Il gioco propagandistico è così scoperto nel suo infantilismo politico-religioso che non meriterebbe parlarne, se non fosse che «gutta cavat lapidem»: la goccia che continuamente cade nello stesso punto scava la pietra.
La ripetizione dell'accusa, pur assurda e falsa, crea immancabilmente perplessità, dubbi, indecisioni.
Insomma, inganna.
Calunnia, calunnia, diceva Voltaire, qualcosa resterà.
Vediamo, dunque, in cosa consisterebbe quest'antisemitismo.

Nelle funzioni del Venerdì Santo il Messale pre-conciliare leva al Signore una serie di intense, profonde preghiere: per la Chiesa, per il Papa e tutto l'ordine sacerdotale, per il popolo fedele, per i catecumeni, per gli scismatici ed eretici, per i pagani ed anche per gli ebrei.
Ecco la preghiera per la conversione di questi ultimi: «Preghiamo per i giudei increduli, affinché Dio nostro Signore tolga il velo dai loro cuori e riconoscano anch'essi Gesù Cristo, Signore nostro»; e, dopo una genuflessione: «Dio onnipotente ed eterno che non ricusi la tua misericordia all'incredulità dei Giudei, degnati di esaudire le nostre preghiere».
Il problema sorge perché in latino l'aggettivo incredulo è «perfidus» da «perfidia» (incredulità).
La preghiera, pertanto, suona così: «Oremus et pro perfidis Judaeis…» : preghiamo anche per i «perfidi» giudei… e poi: «Omnipotens sempiterne Deus, qui etiam judaicam perfidiam a tua misericordiam non repellis…»: Dio onnipotente ed eterno che non ricusi la tua misericordia alla «perfidia» dei giudei…
Ora, poiché la lingua del rito è il latino, «perfidi» e «perfidia» devono esser intesi latinamente: etimologicamente le parole sono composte da «per» (oltre, al di là) «fides» (fede), cioè non fedeli di Cristo, ostinata incredulità.
Ed ancor oggi - è inutile stare a tergiversare per una falsa concezione di ecumenismo che sfocia in un irenismo senza costrutto, anzi distruttivo - gli ebrei sono increduli, non accettano, cioè, Gesù come il Messia vaticinato e promesso che li avrebbe resi «liberi» e contro il quale, come contro la Sua e nostra Madre celeste, i loro «sacri testi», ad esempio il Talmud, contengono bestemmie orribili.
La Chiesa, al suo vertice, è stata chiarissima circa la corretta accezione in cui dovevano esser interpretati «perfidi» e «perfidia».
Ricordo qui che, in merito, Pio XII di venerata memoria, fece pubblicare sull'Osservatore Romano un'esplicita dichiarazione della Sacra Congregazione dei Riti del 10 giugno 1948.
Ciò per esaudire la richiesta del suo amico professor Israel Zolli, rabbino di Roma, convertitosi con tutta la famiglia e battezzato col nome Eugenio per motivi di gratitudine verso quel Sommo Pontefice che tanti suoi correligionari aveva aiutato per esserne poi vittima di oltraggio e diffamazione che continuano ancor violenti ai nostri giorni.

Ma i critici prevenuti e quelli in mala fede, oltre a non ricordare quanto sopra spiegato e rammentato, ed invece d'impegnarsi, eventualmente, in un'opera di sana informazione e formazione, talora fingono persino d'ignorare che Giovanni XXIII, sempre tramite la Sacra Congregazione dei Riti (dichiarazione del 19 marzo 1959), aveva eliminato dalla preghiera per gli ebrei l'aggettivo «perfidi» e il sostantivo «perfidia»: di conseguenza, nell'edizione del Messale tridentino del 1962, l'unica edizione di cui possiamo servirci per volontà del Papa, essi non compaiono.
Inoltre la stessa Congregazione nel novembre successivo eliminò la frase «Horresce Judaicam perfidiam, respue Hebraicam superstitionem» («Ripudia l'infedeltà giudaica, rifiuta la superstizione ebraica») dal rito del battesimo per gli ebrei che quel sacramento chiedevano a suggello della loro conversione.
La questione è, quindi, risolta alla radice, e con estrema delicatezza, da 45 anni almeno.
In conclusione, il Venerdì Santo si prega soltanto per la conversione dei giudei.
Il resto è speciosa ed anche odiosa polemica.
Da un punto di vista sostanziale tutto è a posto.
Ciononostante, non sono mancate, e c'era da aspettarselo, anche le proteste di parte ebraica contro la reintroduzione del rito romano antico, come se fossimo obbligati, noi cattolici, a pregar come vogliono gli ebrei o i loro ambigui ed interessati avvocati d'ufficio.
Ormai siamo troppo abituati, per meravigliarcene, alle continue, grevi ingerenze - non di rado poste in essere con prospettive ricattatorie d'interruzione del «dialogo» e, pertanto da respingere fermamente - dei «fratelli maggiori», singoli e comunità, in vicende assolutamente interne alla Chiesa: è ben nota la loro urlata ostilità alla santificazione di Edith Stein e di Pio XII.

Tuttavia, chi voglia esser seriamente obiettivo ed onesto, prima con se stesso e poi con gli altri, deve riconoscer che per molto tempo il vero significato di quei termini latini, nella catechesi e nelle omelie, non è stato sempre spiegato a sufficienza al popolo privo di dimestichezza con la lingua ufficiale della Chiesa.
Quando, da bambini, leggevamo o ascoltavamo quel «pro perfidis judaeis», gli attribuivamo il corrente significato dispregiativo di malvagi, traditori, ecc., come la grande maggioranza degli adulti.
E «perfidi» e «perfidia» si leggeva nella traduzione letterale italiana dei messalini bilingue, pur curati da eccellenti autori.
Io e diversi miei coetanei, già alunni di scuola media alle prese con lo studio del latino, abbiamo avuto come punto di riferimento nella nostra formazione religiosa dei sacerdoti che ci hanno positivamente inquadrato anche questo problema, rispondendo esaurientemente ai nostri quesiti, per cui ce ne facevamo portavoce presso amici e fedeli in genere.
Ma quanti sono stati effettivamente istruiti sull'argomento come noi?
La domanda è senza dubbio più che lecita.
Mi attirerò, forse, qualche strale da sponde «ultra-tradizionaliste»: ma la verità non si può tacere, anche se ne deriverà un dispiacere per amici di vecchia data che si rifiutano di riconoscer la realtà dell'impatto negativo delle parole in questione.
Ma - grazie a Dio - è stato pubblicato un elegante e maneggevole Messale Festivo Tradizionale dottamente curato da Fabio Marino e Francesco Tolloi, esponenti di «Una Voce», Associazione per la salvaguardia della Liturgia latino-gregoriana.
In queste pagine, per offrire un fruttuoso confronto ed una corretta visione dello sviluppo storico della Liturgia Eucaristica, si ripropongono del Missale Romanum, come dire, sia l'ordito, cioè l'edizione del 1952 (VI dopo l'edizione tipica), sia, dove necessario, la trama ultima, l'edizione tipica di Papa Giovanni XXIII (1962), che recepisce le modifiche, tendenti a semplificar le rubriche, volute da Pio XII negli anni '50 e, in particolare, la Liturgia della Settimana Santa dallo stesso Pontefice rinnovata con Decreto del Decreto 16 novembre 1955.
Nel rito del 1962 la preghiera pro Judaeis, s'è detto, è purgata del «perfidis» e della «perfidiam»; nella redazione più antica vi figurano ovviamente, per il rispetto dovuto alla storia, ma la traduzione è esattissima: increduli e incredulità.
Un atto di verità oltremodo lodevole, che non giustifica più alcun tipo di recriminazione per il passato, per il presente e per il futuro.

A questo punto, bando alle chiacchiere, alle polemiche ormai oziose su quelle espressioni, da qualsiasi parte provengano.
Il ristabilimento della sacralità nella Liturgia Eucaristica, fonte animatrice e centro d'irradiazione della nostra fede, è un processo già ben avanzato.
Accettiamo tutti di buon grado, allora, la loro eliminazione dal Messale se tanto può ferir l'altrui o l'odierna comune sensibilità per l'equivocità di vecchie traduzioni in buona fede non puntuali: però continuiamo a pregare perché cada agli ebrei il velo dell'errore ed il loro cuore si apra a Cristo.
Nessuno ce lo può impedire, perché nessuno ne ha il diritto.
Né Tullia Zevi, né Giuseppe Laras, né l'associazione dei rabbini.
Pregare per la loro conversione non è un'offesa.
Ed il cardinale Bertone, il quale molto improvvidamente ha rilasciato un'intervista in cui allude ad una possibilità di eliminar la preghiera per gli ebrei o di sostituirla con altra in cui non compaia neppure il concetto di «conversione», dovrebbe ben saperlo.
Non è offesa, ribadisco, questa preghiera, che, al contrario, si configura nelle nostre anime quale sublime atto di carità fraterna.
Noi vogliamo che gli ebrei si salvino in Cristo, il quale della salvezza eterna è l'unica via, non «una» via: e sappiamo che un giorno questo avverrà.
La predilezione di Dio per il suo popolo non è vana e non è stata e non sarà revocata (Romani 11, 29: «Quanto al Vangelo sono nemici... quanto alla elezione, sono amati, a causa dei padri, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!»).

Al nuovo Israele, la Chiesa cattolica, si unirà un giorno il vecchio Israele.
I tempi possono esser accelerati proprio dalle nostre sincere e pressanti preghiere del Venerdì Santo e dal costante ricorso a Maria.
E con gli ebrei, vogliamo che si salvino pagani, idolatri, islamici, eretici e scismatici.
Divino giorno, quello che attendiamo: l'universo intero innalzerà «una voce» l'inno di gloria: «Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat».

Dante Pastorelli
[fonte]
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Trpinjska cesta - groblje tenkova
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