Stirpes  

Go Back   Stirpes > Ethnic Forums > Gens Romana > Italo-Dalmatian

Italo-Dalmatian Italiano, Calabro-Sicilian, Napoletano-Calabrese, etc.

Reply
 
Thread Tools Display Modes
  #1 (permalink)     Quote this post in a PM
Old Wednesday, August 1st, 2007
Ferran's Avatar
veritas vos liberabit
 
Last Online: 10 Hours Ago 12:55
Join Date: Dec 2004
Location: Península Hispánica
Posts: 1,414
Ferran 's judgement is sought by kings.Ferran 's judgement is sought by kings.Ferran 's judgement is sought by kings.Ferran 's judgement is sought by kings.Ferran 's judgement is sought by kings.Ferran 's judgement is sought by kings.Ferran 's judgement is sought by kings.Ferran 's judgement is sought by kings.Ferran 's judgement is sought by kings.Ferran 's judgement is sought by kings.Ferran 's judgement is sought by kings.
Default Libro: Contro Garibaldi. Appunti per demolire il mito di un nemico del Sud

Ho pensato che potrte essere interessati in questo libro e se è posible inoltre gradirei si potete darmi alcuna impressioni di prima fonte sui il sujetto. Voglio dire, siamo davanti di propaganda barata o un lavoro serio sui solidi fatti? Anche, per sto vedendo, l'autore è il fondatore di il Movimento Neoborbonico.


Contro Garibaldi
Appunti per demolire il mito di un nemico del Sud



Collana Saggi, 2006
prima edizione 2006
pp. 104, € 8,00 - sconto Soci 30%

spedizioni in contrassegno; contributo postale minimo € 3,50



Un Paese senza identità nazionale, privo di simboli comuni ed accettati ha bisogno di miti.
Quello dell’ “eroe dei due mondi” è stato fabbricato dalla storiografia risorgimentale, espressione della piccola minoranza ideologica che unificò l’Italia. Usurato dal tempo, incapace di suscitare entusiasmi, il mito di Garibaldi, in tempi più recenti, è stato riproposto in chiave politica da chi era alla ricerca di una legittimazione del proprio potere.
Ecco perché “parlare male di Garibaldi” è politicamente scorretto: perché è in contrasto con la pretesa di un significato identitario ed unitario del risorgimento che dovrebbe fondare una “memoria storica condivisa”.
Ma le vicende del Paese, a partire dal sottosviluppo economico e dalla subalternità culturale dell’attuale Mezzogiorno, l’antico Regno delle Due Sicilie, continuano a riproporre quotidianamente ed impietosamente i nodi non sciolti dell’unificazione.
Di Garibaldi, che fu lo strumento di quella unificazione, bisogna dunque parlare per forza.
La nostra scelta, nel 2007 anno del bicentenario della nascita, è quella di parlarne fuori dal mito e dall’agiografia, fuori dalla retorica vecchia e nuova. Sulla base, cioè, di documenti e fonti storiche misconosciute ed occultate e non di pregiudizi ideologici.
Per il Sud discutere seriamente di Garibaldi e della sua “impresa” è un passaggio obbligato: significa fare i conti con il proprio passato e, insieme, porre le premesse del proprio riscatto.




Sulla figura di Garibaldi e del suo ruolo nella vicenda risorgimentale sono state date interpretazioni non sempre omogenee che, pur riconoscendolo sempre come eroe dell’unificazione italiana, hanno proposto sfumature diverse del personaggio, illuminandone alcuni tratti piuttosto che altri. Chi fu, dunque Garibaldi? L’eroe che dedicò la vita a combattere per ideali di libertà e di giustizia? Oppure lo strumento inconsapevole di una trama di potere ordita da massoni e liberali per impossessarsi dell’intera Penisola? O ancora, il rivoluzionario che collaborò attivamente alla conquista del Regno delle Due Sicilie, condividendo pienamente gli scopi e i mezzi delle forze unitariste? La risposta a queste domande sarà la chiave per rileggere l’impresa risorgimentale e le sue conseguenze che giungono fino ai nostri giorni.






Gennaro De Crescenzo è nato a Napoli nel 1964. Docente di storia e letteratura in un liceo, è specializzato in Archivistica, Paleografia e Diplomatica e in Scienze della Comunicazione. Nel 1993 ha fondato l’Associazione culturale Movimento Neoborbonico. Appassionato ricercatore ha pubblicato L’altro 1799: i fatti (Edizioni Tempo Lungo, 1999), La difesa del Regno (AA.VV., Editoriale il Giglio, 2001), Le industrie del Regno di Napoli (Grimaldi, 2002).




«Chiarita, comunque, la farsa del plebiscito, tutta la retorica del consenso intorno a Garibaldi e al “risorgimento” nel nostro Sud potrebbe essere smantellata dai dati relativi ai napoletani e ai meridionali chiusi in prigione durante il “regime” borbonico e durante la “liberazione” unitaria. Illuminanti, in tal senso, le inedite cifre riportate tra le carte sempre dell’Archivio di Stato di Napoli. “Tutte le carceri rigurgitano di detenuti nelle grandi città come nelle piccole borgate: nuovi edifici sono stati dappertutto destinati ad uso di carceri. E’ pubblica fama che nella sole città si noverino 16.000 carcerati. Nell’ultimo settennio [tra il 1852 e il 1859] in tutte le carceri di Napoli il numero di detenuti di tutte le categorie non oltrepassò mai i 1560”. Vengono citati, per una maggiore precisione, le medie dei dati relativi agli ultimi sette anni del governo borbonico nelle singole prigioni: “Vicaria 900-600, San Francesco 400-350, Santa Maria Apparente 100-60, Concordia 50-40, Santa Maria Agnone 110-90, totale 1560-1140!”. Un’altra fonte riporta dati ancora più precisi: 7115 i detenuti a Napoli, nelle province e nelle isole al 31 agosto 1860; 18.472 al 30 settembre del 1860, appena 23 giorni dopo l’arrivo dei liberatori garibaldini a Napoli. A queste cifre, per rendersi conto della loro enormità, bisogna aggiungere un altro dato importante: la scarcerazione di quasi tutti i detenuti del periodo borbonico (non solo politici) durante la dittatura garibaldina. Sulle condizioni dei carcerati è utile riportare le parole di un cronista del tempo che, reduce da una visita delle carceri siciliane, riferisce di “prigionieri ignudi, ricoperti di piaghe e insetti” e che dormivano “sul selciato”.



Era la conseguenza ovvia (nonostante l’apertura di nuove strutture carcerarie) di un “accalcamento” che non aveva precedenti nella storia del Regno. Sempre in merito alle loro condizioni, da sottolineare anche che i Borbone consentivano ai parenti anche due visite al giorno, “sotto il regime della libertà”, invece, le visite si riducevano a tre per settimana. Eppure nessuno arrivò a parlare di “governi-negazioni di Dio”, come avevano fatto gli inglesi qualche anno prima iniziando l’interessata demonizzazione dei Borbone. Nessuno trovò la forza e il coraggio di denunciare una situazione davvero insostenibile che preannunciava le violenze e i massacri ancora più devastanti subiti dagli antichi popoli duosiciliani quando, definiti con disprezzo “briganti”, continuarono la loro lotta per la liberazione della loro antica patria con una motivazione (visti i tempi così rapidi di reazione e immediatamente successivi all’arrivo di Garibaldi nei nostri confini) inequivocabilmente politica e anche religiosa, in difesa dei valori e delle tradizioni cristiane che nessuno prima di allora, nella plurisecolare storia della nostra terra, aveva minacciato, colpito e offeso come i nuovi invasori.

Bastava davvero poco per essere arrestati e tenuti in galera per mesi interi senza nessun tipo di garanzia o di processo. Una lettura superficiale delle carte del Ministero dell’Alta Polizia del tempo ci chiarisce la misura del dissenso dei napoletani e dei meridionali di fronte all’arrivo dei “liberatori”. Sono centinaia in pochi mesi i casi di rivolte, manifestazioni, retate o inchieste dal giorno stesso dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Si alternano “voci sediziose al grido di Viva Francesco II” e “bandiere bianche sventolate alla Vicaria” (si trattava di “proletari e persone dell’ultima classe del popolo”, secondo le relazioni della pubblica sicurezza), “occulti agitatori” e autori di “atti [o semplicemente “propositi”] sediziosi”, “garibaldini derubati e percossi” e arresti di giovani che “avevano osato profferire parole ingiuriose contro la Sacra Persona di Sua Maestà il Re”, scontri con “facinorosi” o numerosissimi casi di “richieste di notizie sulla morale politica” di impiegati, militari o funzionari pubblici. Non mancavano casi di veri e propri attentati, di arresti di massa o di perquisizioni di interi quartieri solo per l’affissione di qualche manifesto contro il nuovo regime



Fonte: http://www.editorialeilgiglio.it/art...?lng=it&pg=423
__________________

"Do not be suprised, my friend, that I long so much for remote lands in which people feel immensely rich with very little; it is true that I live in Rome enjoying a life of fame and prestige, but it is also true that I was born from Celts and Iberians."


--Marcus Valerius Martialis, Epigrammata

Last edited by Ferran; Wednesday, August 1st, 2007 at 18:02.
Reply With Quote
  #2 (permalink)     Quote this post in a PM
Old Wednesday, August 1st, 2007
Senior Moderator
 
Last Online: 4 Hours Ago 18:34
Join Date: Jan 2007
Posts: 7,675
Arthur Gordon Pym is a deity.Arthur Gordon Pym is a deity.Arthur Gordon Pym is a deity.Arthur Gordon Pym is a deity.Arthur Gordon Pym is a deity.Arthur Gordon Pym is a deity.Arthur Gordon Pym is a deity.Arthur Gordon Pym is a deity.Arthur Gordon Pym is a deity.Arthur Gordon Pym is a deity.Arthur Gordon Pym is a deity.
Default Re: Libro: Contro Garibaldi. Appunti per demolire il mito di un nemico del Sud

Siccome non sono italiano, forse non dovrei del tutto partecipare in questa discussione. Alcuno potrebbe dire que io volessi vilipendere gli Italiani. Ma non è questa la mia intenzione, sino si tratta di un'articolo che ho trovato per caso, il quale parla di un tema in qualche modo connesso con il tema di questo filo. Dunque:

Quote:
Senza patria si brucia

Maurizio Blondet

27/07/2007




Sugli incendi boschivi: avvengono soprattutto in Sicilia e in Calabria.
Dove il numero delle guardie forestali è sui 30 mila, contro le 50 (diconsi cinquanta) del Friuli. Facile la deduzione: gli incendiari sono i pompieri, per «la salvaguardia del posto di lavoro».
La legge che vieta per dieci anni ogni utilizzo degli ettari bruciati, e che ha messo fine agli incendi estivi in Liguria, in Calabria e in Sicilia non si applica.
Le due Regioni non vogliono disturbare i malavitosi che sono il loro blocco sociale di riferimento.
Ciò conferma ciò che vado dicendo da anni: la vera secessione l’ha fatta il Sud, era già compiuta molto prima che ne vociferassero gli inconcludenti «baùscia» della Lega Nord.
Ma non intendo criminalizzare il Meridione.
L’Italia è un nugolo maligno di secessioni velenose, di insubordinazioni autolesioniste.
Le banche hanno «ignorato il decreto Bersani», continuano a far pagare ai clienti cifre truffaldine per i loro presunti «servizi», un lucro indebito di 5,3 miliardi di euro, un aggravio di 500 euro annui per ogni famiglia.
Sono le stesse banche che hanno rifilato ai risparmiatori i bond Parmalat (da cui avevano guadagnato altri miliardi, finchè Parmalat pagava) in tempo per accollare ai cittadini il crak.
Con ciò, hanno fatto secessione dalla società.
E nessuno le chiama a rendere conto.
Ma i cittadini, mica sono innocenti.
Leggo che Luxottica, azienda leader mondiale, si vede rubare ogni anno 60 mila montature dai suoi dipendenti.
Ha provato ad imporre ai dipendenti borselli trasparenti: i sindacati guidano la rivolta, minacciano sfracelli.
«Libero» che dà la notizia, ha un titolo patetico: «Attenti confederali, così finite per difendere anche i ladroni!».
Ma chi altro difendono, i sindacati, se non i ladroni?

I ladroni pubblici anzitutto: il corpo sociale dei parassiti miliardari, uno su 60 cittadini, che lucrano enormità, autoblù, pensioni, super-stipendi, viaggi gratis, dal denaro dei contribuenti.
E poi ogni ladro privato, purchè rubi alla sua azienda: «lavoratore», viene «difeso nei suoi diritti».
Anche il sindacato è un potere in piena secessione.
Collegato ai poteri pubblici.
Perché il tragico è che da noi lo Stato stesso è secessionista: anziché porsi al servizio dei cittadini, se ne fa servire, come una forza occupante ostile.
Sugli scontrini «parlanti» di Visco, ossia con l’obbligo per i farmacisti di apporvi il codice fiscale dell’acquirente di medicinali, un lettore mi ha ritorto che il provvedimento ha lo scopo «di smascherare gli evasori che non pagano il ticket e che presentano ricette intestate a persone anziane per poter non pagare le medicine... e soprattutto perchè, in questi anni ci sono stati diversi scandali sui medicinali ‘venduti’ a persone morte o fittizie».
Già, appunto: un provvedimento vessatorio che, anziché colpire la disonestà, colpisce ed offende tutti i cittadini onesti, il cui numero per forza cala.
Come ci si difende da un potere occupante, se non con il sabotaggio, l’evasione, il furto dei beni pubblici e la «terra bruciata»?
D’altra parte, la Cassazione ha obbligato l’ENI a reintegrare (e a pagare gli arretrati) ad un dipendente che sistematicamente timbrava il cartellino, poi riprendeva l’auto nel garage aziendale e se ne andava per i fatti propri.
La prova che l’ENI ha addotto per incastrare il ladro di stipendio - le riprese delle telecamere nel garage aziendale - è stata ritenuta dai giudici non solo illecita, ma delittuosa: «l’esasperato ricorso a mezzi tecnologici» avrebbe violato «la dignità e la riservatezza del lavoratore».
Hanno violato la dignità del ladro, e la magistratura (ricordiamo il nome dell’estensore della sentenza, Paolo Stile) protegge la dignità del ladro, anzitutto e condanna l’azienda.
Ottimo segnale per chi vuole investire in questo Paese sempre più allucinato ed allucinante.
Che pedagogia volete si ricavi da questa sentenza?
Sentenze simili spiegano perché esista in Italia una disonestà così di massa.

Potrei citare i dipendenti Alitalia che fanno sciopero su un’azienda fallita.
Le Guardie di Finanza che si fanno dare mazzette.
Visco che obbliga le aziende esportatrici (in credito perenne di IVA) a pagare l’IVA anziché «compensarla» con il credito accumulato: manovra truffaldina per fare cassa, che strangola l’impresa migliore.
Potrei citare Mastella, il cui solo nome evoca il clientelismo disonesto come sistema.
O il sistema tributario che controlla parossisticamente tutti, sospetta tutti, manda alla stampa grida insultanti sui miliardi di euro d’evasione scoperti, e poi tace che di quelli «scoperti», gli effettivamente recuperati sono solo l’1 per cento.
Criminalità pubblica, con la scusa della vastissima criminalità privata.
Ma quando la criminalità è così normalmente praticata, così diffusa, quando una società intera di fatto delinque e frega il prossimo per il proprio minuto tornaconto, fino al punto di bruciare i propri terreni e foreste, da portare alla rovina l’azienda per cui lavora (vedi Alitalia), fino a carbonizzare dei connazionali per poter costruire o far pascolare, fino a strangolare le imprese produttive per esazione fiscale, la diagnosi non può consistere in deplorazioni moralistiche e in controlli ancor più asfissianti, che colpiscano «localmente» i singoli disonesti.
Le malattie sono «locali» o «centrali».
Un foruncolo è un’affezione locale che si cura con streptomicina applicata localmente, sul foruncolo.
Un cancro invece è una malattia «centrale», e le pomate non bastano.
C’è qualcosa che non funziona nel «centro», nel sistema nervoso-immunitario, nel profondo «io» che è l’organismo.
Qualcosa che manca.
Che cosa manca all’Italia?
Il senso della nazione.
Il senso di essere una comunità di destino, in cui ricchi e poveri, dotati e non dotati, avanzano insieme nella storia legati da un qualche obbligo di solidarietà o fratellanza civile, da un qualche orgoglio condiviso, da una qualche volontà di affermarsi non come individui, ma come nazione.
La patria è sempre stata debole da noi.
L’Italia è la sola cultura che abbia avuto un teorico del «particolare», quel Guicciardini che si studia insieme a Machiavelli (che ne fu l’esatto contrario), mentre andrebbe bruciato ritualmente in effigie.
Il Risorgimento pretese di fare la nazione contro il popolo o i popoli italiani, fin dal principio disonestamente.
Il fascismo riuscì meglio, con la «nazionalizzazione delle masse», interessandole ai destini della nazione: in questo senso Prezzolini lo chiamò «compimento del Risorgimento».
Ma l’8 settembre 1943 decretò, come si è scritto, la «morte della patria», quella debolissima patria incipiente e imperfetta.
Da allora, ogni richiamo alla nazione è bollato come fascismo: impossibile ogni restaurazione del civismo nazionale.
La regionalizzazione ha - come facilmente prevedibile - aggravato il male, il cancro, oltre ogni possibilità di guarigione.

A volere le Regioni fu Ugo la Malfa, mazziniano, ossia la Massoneria che aveva voluto, un secolo prima, il «nazionalismo»: ciò perché il disegno massonico internazionale era mutato, ora non si trattava più di istigare nazionalismi contro gli imperi, ma di disarticolare le nazioni, di castrarle, per immetterle nella «costruzione europea», in una super-commissione burocratica a-patride.
In Italia, date le premesse, le Regioni sono diventate secessioni istituzionali, dialettali, criminose.
Ed anche questo era prevedibile.
Le Regioni sono il fallimento storico più colossale della breve storia italiana, un ributtante coniugio di malversazione e corruzione e incompetenza, ancor peggio della burocrazia centrale statale.
Ma è anche il fallimento storico meno discusso: è vietato chiedere una «ri-centralizzazione» almeno dei servizi «nazionali» (come il servizio sanitario), questo è fascismo, questo - soprattutto - non lascia spazio ai Mastella e Bassolino e Cuffaro e alle loro clientele…
Guicciardini ha vinto definitivamente, arretrando nella scala evolutiva.
Mastella è Guicciardini ridiventato scimmia, il pitecantropo italiensis del particolarismo.
Ora ministro della «giustizia».
Ma sarebbe ingiusto prendersela con questo solo pitecantropo.
Il fatto principale, è la mancanza - in ciascuno di noi in varia misura - del senso della nazione.
La nazione è la bussola invisibile che dovrebbe orientarci, come persone e come istituzioni, nei casi dubbi dove la «legalità» e il moralismo non bastano.
Quello che avrebbe dovuto indurre il giudice di cassazione Paolo Stile a condannare il dipendente ladro dell’ENI, non a farlo reintegrare: per delitto contro la comunità nazionale.
O che dovrebbe coalizzare le buone volontà contro i bruciatori di boschi, che invece godono di vasta complicità almeno passiva.
Il senso della nazione è quello che dovrebbe ispirare gli accordi comuni essenziali, contro i tornaconti particolari che sono, da ultimo suicidi.

La mancanza della nazione è il vero motivo della crisi, per esempio, della scuola, della sua a-tonia, della sua incapacità di reagire alle altre «agenzie educative» al contrario, la sconcia pubblicità, la TV sconcia e offensiva.
La scuola - la scuola pubblica - è infatti da sempre l’«organo della unità nazionale».
La volle così il Risorgimento, disperato di unire popoli che parlavano dialetti e non si capivano. Trasmetteva miti elementari, figure pateticamente illusorie - Pietro Micca, Balilla, Garibaldi - che almeno incitavano nei bambini l’esempio di un civismo nazionale eroico.
Non a caso i migliori nazionalisti d’Italia - il massone De Sanctis e l’hegeliano Gentile - esercitarono il loro miglior potere e la loro migliore intelligenza nella scuola: la scuola che, prima che cognizioni, doveva imprimere valori civili, attraverso una storia nazionale che oggi diciamo falsa, ma che dovremmo dire idealizzata (Dante, l’impero romano…).
Oggi, c’è da rimpiangere persino De Amicis, e il suo ideale maestro educatore.
Era un maestro patriottico.
Prendeva poco di stipendio ma contava tanto, erano circondati dal rispetto perché si sacrificavano per la patria.
Maestro elementare e medico condotto furono le modeste figure degli eroi nazionali: e moltissimi maestri e medici reali diedero carne a quelle figure, diventarono tali.
Oggi, quel tipo di esempi non è nemmeno più proponibile.
I maestri e i docenti, abbandonati dallo Stato, senza indicazione di un compito, non sanno più cosa insegnare: il computer?
A leggere i giornali?
La Costituzione - quella che viene calpestata quotidianamente dai ministri, dai sindacati, dai governatori, dai giudici?
Ciascun insegnante dunque si arrangia da sé, si dà gli scopi che gli sembrano giusti o vantaggiosi.
In tal modo, la voce della scuola è scomparsa.

Non riesce più a contrastare l’immensa, multicolore, seducente e indegna «pedagogia dell’egoismo» che i ragazzini apprendono ogni giorno dalla TV e dagli spot, dai ministri e dai regionalismi e dai secessionismi, e anche dalle famiglie.
Da qui nasce tutto.
Anche i boschi che bruciano di incendi dolosi.
Non è che manchi l’onestà.
Manca un motivo solido per essere onesti, un motivo riconosciuto, esaltato dalla comunità, additato ad esempio.
Manca la bussola invisibile nei nostri cuori.
La bussola che fa amare la patria ed anche i suoi boschi.
Gli ecologisti non coltivano la patria, e dunque anche loro sono complici.
Il meccanismo del degrado si può vedere con un altro esempio, che riguarda l’economia d’impresa. Ecco la Fincantieri, grande e gloriosa impresa nazionale, voluta dal fascismo come tesoro di competenze individuali di tecnici e ingegneri.
Ancor oggi, la Fincantieri è la numero uno al mondo per la fabbricazione di grandi navi da crociera e di navi militari.
Dovrebbe essere uno dei centri del nostro orgoglio nazionale.
Inoltre, è un’azienda pubblica.
Ma ora, questo tesoro nazionale è sotto-capitalizzato.
Compete con i colossi globali, ma non ha abbastanza forza finanziaria.
Per le normative europee, lo Stato non può più immettervi capitale (capitale pubblico!, eresia!).
Dunque deve ricorrere al «mercato dei capitali» privati.
In breve, lo Stato vuole mettere in Borsa il 49% del gruppo navale.
Anzi deve, non può fare altrimenti; resta tuttavia padrone al 51%.
Nulla di drammatico, dunque.
Ma la CGIL e la FIOM si oppongono.
Perché?

Per un ideologismo mai nemmeno ben riflettuto, un comunismo residuale, uno statalismo da cani di Pavlov.
E così, condannano alla fine o al nanismo una gloria nazionale, frutto del lavoro di tecnici dedicati, competenti ed onesti che andrebbero decorati e invitati in TV più spesso che le veline.
Abbiamo già perduto una decina di primati, abbiamo rinunciato alla corsa verso il meglio nel nucleare, nella chimica, nell’elettronica (il primo computer da tavolo fu un Olivetti: non rendeva, si buttò via), nell’armamento avanzato.
Ora, l’ostruzionismo sub-ideologico della CGIL - cieco perché privo della bussola nazionale che, nei casi dubbi, indica la via migliore per la patria, il bene della nazione - avvia la Fincantieri, alla lunga, sulla china che ha già percorso Alitalia.
L’ex compagnia di bandiera.
Infatti è finita dov’è finita la bandiera: nel cesso della bancarotta.
Noi, rifiutiamo la bandiera.
Così, nelle tragedie che mai mancano nella storia, noi avanziamo ognuno per sé, indeboliti dal nostro stesso tornaconto, furbi e sempre ridicoli e vergognosamente sconfitti.
Nel perenne 8 settembre di chi non vuol avere bandiera.
Quando mancherà il petrolio, quando sarà la siccità, quando bruciano i boschi, che facciamo? Litighiamo, ci apprestiamo alla guerra civile, ci spacchiamo in fazioni.
E protestiamo per «la lentezza dei soccorsi».
Come in questi giorni.
I bagnanti ce l’hannocon Bertolaso.
Non so se Bertolaso abbia una patria.
Certo, è l’unico direttore generale di ministero che vedo andare in giro non con il completo blu e la cravatta, ma con la maglietta da soccorritore; ci mette la sua faccia, fa il possibile.
Forse è un mito inesistente come Balilla, forse i magistrati ci diranno un giorno che rubava e prendeva tangenti come Mastella: non credo, ma quel giorno lo approverò.

Perchè non dovrebbe, solo lui?
Perché solo a lui gli sputi del pubblico, e agli altri l’autoblù?
Preferisco pensarlo come Balilla: forse mai esistito, ma un buon esempio.

Maurizio Blondet
E un' approccio piuttosto sociologico. Se pensate che è irrelevante per questa discussione, cancellatelo.

Last edited by Arthur Gordon Pym; Wednesday, August 1st, 2007 at 18:22.
Reply With Quote
  #3 (permalink)     Quote this post in a PM
Old Wednesday, August 1st, 2007
kyashan's Avatar
Senior Member
 
Last Online: Thursday, July 10th, 2008 22:38
Join Date: Apr 2006
Posts: 302
kyashan is noble of speech.kyashan is noble of speech.kyashan is noble of speech.
Default Re: Libro: Contro Garibaldi. Appunti per demolire il mito di un nemico del Sud

c'è una fiorente letteratura che smitizza Garibaldi (assieme ai Savoia e al Risorgimento), che tra l'altro era affiliato alla massoneria. E' curioso come un massone venga venerato da molti nazionalisti di destra.

Riguardo all'articolo di Blondet mi sento di condividere la conclusione di fondo, e cioè che in Italia non esiste senso dello stato, soprattutto al sud, dove la coscienza civica è sostituita dal senso di appartenenza ad un clan, alla famiglia, anzi, alla Famiglia. Se avete visto Il Padrino I, II, III, sapete cosa intendo.
Ed è da qui che la mafia trova terreno di crescita.
Reply With Quote
  #4 (permalink)     Quote this post in a PM
Old Thursday, August 2nd, 2007
Kernunnos's Avatar
Administrator
 
Last Online: 1 Hour Ago 21:59
Join Date: Nov 2006
Location: Serenissima republica de Venesia
Posts: 1,649
Kernunnos 's judgement is sought by kings.Kernunnos 's judgement is sought by kings.Kernunnos 's judgement is sought by kings.Kernunnos 's judgement is sought by kings.Kernunnos 's judgement is sought by kings.Kernunnos 's judgement is sought by kings.Kernunnos 's judgement is sought by kings.Kernunnos 's judgement is sought by kings.Kernunnos 's judgement is sought by kings.Kernunnos 's judgement is sought by kings.Kernunnos 's judgement is sought by kings.
Default Re: Libro: Contro Garibaldi. Appunti per demolire il mito di un nemico del Sud

Quote:
Originally Posted by Ferran View Post
Ho pensato che potrte essere interessati in questo libro e se è posible inoltre gradirei si potete darmi alcuna impressioni di prima fonte sui il sujetto. Voglio dire, siamo davanti di propaganda barata o un lavoro serio sui solidi fatti? Anche, per sto vedendo, l'autore è il fondatore di il Movimento Neoborbonico.


Contro Garibaldi
Appunti per demolire il mito di un nemico del Sud



Collana Saggi, 2006
prima edizione 2006
pp. 104, € 8,00 - sconto Soci 30%

spedizioni in contrassegno; contributo postale minimo € 3,50



Un Paese senza identità nazionale, privo di simboli comuni ed accettati ha bisogno di miti.
Quello dell’ “eroe dei due mondi” è stato fabbricato dalla storiografia risorgimentale, espressione della piccola minoranza ideologica che unificò l’Italia. Usurato dal tempo, incapace di suscitare entusiasmi, il mito di Garibaldi, in tempi più recenti, è stato riproposto in chiave politica da chi era alla ricerca di una legittimazione del proprio potere.
Ecco perché “parlare male di Garibaldi” è politicamente scorretto: perché è in contrasto con la pretesa di un significato identitario ed unitario del risorgimento che dovrebbe fondare una “memoria storica condivisa”.
Ma le vicende del Paese, a partire dal sottosviluppo economico e dalla subalternità culturale dell’attuale Mezzogiorno, l’antico Regno delle Due Sicilie, continuano a riproporre quotidianamente ed impietosamente i nodi non sciolti dell’unificazione.
Di Garibaldi, che fu lo strumento di quella unificazione, bisogna dunque parlare per forza.
La nostra scelta, nel 2007 anno del bicentenario della nascita, è quella di parlarne fuori dal mito e dall’agiografia, fuori dalla retorica vecchia e nuova. Sulla base, cioè, di documenti e fonti storiche misconosciute ed occultate e non di pregiudizi ideologici.
Per il Sud discutere seriamente di Garibaldi e della sua “impresa” è un passaggio obbligato: significa fare i conti con il proprio passato e, insieme, porre le premesse del proprio riscatto.




Sulla figura di Garibaldi e del suo ruolo nella vicenda risorgimentale sono state date interpretazioni non sempre omogenee che, pur riconoscendolo sempre come eroe dell’unificazione italiana, hanno proposto sfumature diverse del personaggio, illuminandone alcuni tratti piuttosto che altri. Chi fu, dunque Garibaldi? L’eroe che dedicò la vita a combattere per ideali di libertà e di giustizia? Oppure lo strumento inconsapevole di una trama di potere ordita da massoni e liberali per impossessarsi dell’intera Penisola? O ancora, il rivoluzionario che collaborò attivamente alla conquista del Regno delle Due Sicilie, condividendo pienamente gli scopi e i mezzi delle forze unitariste? La risposta a queste domande sarà la chiave per rileggere l’impresa risorgimentale e le sue conseguenze che giungono fino ai nostri giorni.






Gennaro De Crescenzo è nato a Napoli nel 1964. Docente di storia e letteratura in un liceo, è specializzato in Archivistica, Paleografia e Diplomatica e in Scienze della Comunicazione. Nel 1993 ha fondato l’Associazione culturale Movimento Neoborbonico. Appassionato ricercatore ha pubblicato L’altro 1799: i fatti (Edizioni Tempo Lungo, 1999), La difesa del Regno (AA.VV., Editoriale il Giglio, 2001), Le industrie del Regno di Napoli (Grimaldi, 2002).




«Chiarita, comunque, la farsa del plebiscito, tutta la retorica del consenso intorno a Garibaldi e al “risorgimento” nel nostro Sud potrebbe essere smantellata dai dati relativi ai napoletani e ai meridionali chiusi in prigione durante il “regime” borbonico e durante la “liberazione” unitaria. Illuminanti, in tal senso, le inedite cifre riportate tra le carte sempre dell’Archivio di Stato di Napoli. “Tutte le carceri rigurgitano di detenuti nelle grandi città come nelle piccole borgate: nuovi edifici sono stati dappertutto destinati ad uso di carceri. E’ pubblica fama che nella sole città si noverino 16.000 carcerati. Nell’ultimo settennio [tra il 1852 e il 1859] in tutte le carceri di Napoli il numero di detenuti di tutte le categorie non oltrepassò mai i 1560”. Vengono citati, per una maggiore precisione, le medie dei dati relativi agli ultimi sette anni del governo borbonico nelle singole prigioni: “Vicaria 900-600, San Francesco 400-350, Santa Maria Apparente 100-60, Concordia 50-40, Santa Maria Agnone 110-90, totale 1560-1140!”. Un’altra fonte riporta dati ancora più precisi: 7115 i detenuti a Napoli, nelle province e nelle isole al 31 agosto 1860; 18.472 al 30 settembre del 1860, appena 23 giorni dopo l’arrivo dei liberatori garibaldini a Napoli. A queste cifre, per rendersi conto della loro enormità, bisogna aggiungere un altro dato importante: la scarcerazione di quasi tutti i detenuti del periodo borbonico (non solo politici) durante la dittatura garibaldina. Sulle condizioni dei carcerati è utile riportare le parole di un cronista del tempo che, reduce da una visita delle carceri siciliane, riferisce di “prigionieri ignudi, ricoperti di piaghe e insetti” e che dormivano “sul selciato”.



Era la conseguenza ovvia (nonostante l’apertura di nuove strutture carcerarie) di un “accalcamento” che non aveva precedenti nella storia del Regno. Sempre in merito alle loro condizioni, da sottolineare anche che i Borbone consentivano ai parenti anche due visite al giorno, “sotto il regime della libertà”, invece, le visite si riducevano a tre per settimana. Eppure nessuno arrivò a parlare di “governi-negazioni di Dio”, come avevano fatto gli inglesi qualche anno prima iniziando l’interessata demonizzazione dei Borbone. Nessuno trovò la forza e il coraggio di denunciare una situazione davvero insostenibile che preannunciava le violenze e i massacri ancora più devastanti subiti dagli antichi popoli duosiciliani quando, definiti con disprezzo “briganti”, continuarono la loro lotta per la liberazione della loro antica patria con una motivazione (visti i tempi così rapidi di reazione e immediatamente successivi all’arrivo di Garibaldi nei nostri confini) inequivocabilmente politica e anche religiosa, in difesa dei valori e delle tradizioni cristiane che nessuno prima di allora, nella plurisecolare storia della nostra terra, aveva minacciato, colpito e offeso come i nuovi invasori.

Bastava davvero poco per essere arrestati e tenuti in galera per mesi interi senza nessun tipo di garanzia o di processo. Una lettura superficiale delle carte del Ministero dell’Alta Polizia del tempo ci chiarisce la misura del dissenso dei napoletani e dei meridionali di fronte all’arrivo dei “liberatori”. Sono centinaia in pochi mesi i casi di rivolte, manifestazioni, retate o inchieste dal giorno stesso dell’arrivo di Garibaldi a Napoli. Si alternano “voci sediziose al grido di Viva Francesco II” e “bandiere bianche sventolate alla Vicaria” (si trattava di “proletari e persone dell’ultima classe del popolo”, secondo le relazioni della pubblica sicurezza), “occulti agitatori” e autori di “atti [o semplicemente “propositi”] sediziosi”, “garibaldini derubati e percossi” e arresti di giovani che “avevano osato profferire parole ingiuriose contro la Sacra Persona di Sua Maestà il Re”, scontri con “facinorosi” o numerosissimi casi di “richieste di notizie sulla morale politica” di impiegati, militari o funzionari pubblici. Non mancavano casi di veri e propri attentati, di arresti di massa o di perquisizioni di interi quartieri solo per l’affissione di qualche manifesto contro il nuovo regime



Fonte: Editoriale Il Giglio - Collana Saggi - Contro Garibaldi
Tutto vero, fatti ben ben conosciuti. Grazie a te e anche a Phleton.
__________________
Communism and socialism are so utopistically detached from the true nature of man that politicians and militants pursuing them are either criminals exploiting the gullibles of earth or they are just the worst among the honest politicians.

Reply With Quote
Reply

Bookmarks


Currently Active Users Viewing This Thread: 1 (0 members and 1 guests)
 
Thread Tools
Display Modes

Posting Rules
You may not post new threads
You may not post replies
You may not post attachments
You may not edit your posts

BB code is On
Smilies are On
[IMG] code is On
HTML code is Off
Trackbacks are Off
Pingbacks are Off
Refbacks are Off

Similar Threads
Thread Thread Starter Forum Replies Last Post
Treviso, migliaio in piazza contro Gentilini Arthur Gordon Pym Italo-Dalmatian 1 Sunday, August 12th, 2007 05:11
La «Volontà Generale» contro Bagnasco Arthur Gordon Pym Italo-Dalmatian 0 Tuesday, April 10th, 2007 17:51
Appunti sull’Architettura Religiosa a Malta in età Barocca Ederico Italo-Dalmatian 0 Sunday, February 27th, 2005 12:33
Libro: Bravuconadas de los españoles Turbamulta Criticas Literarias y Libros Recomendados 1 Tuesday, January 18th, 2005 21:17
Giuseppe Garibaldi-Eroe dei due mondi Strengthandhonour Italo-Dalmatian 0 Sunday, December 26th, 2004 04:05

Locations of visitors to this page

All times are GMT. The time now is 23:34.

Page generated in 1.4029920 seconds with 17 queries.


Powered by vBulletin® Version 3.7.0
Copyright ©2000 - 2008, Jelsoft Enterprises Ltd.
Search Engine Optimization by vBSEO 3.1.0